Il diritto d’autore in Italia: cos’è, quando e come si applica

Il diritto d’autore è un istituto giuridico del diritto privato che tutela i risultati dell’attività intellettuale attraverso il riconoscimento all’autore dell’opera di una serie di diritti, morali (che riguardano la tutela della personalità di autore) e patrimoniali (che riguardano l’utilizzo economico dell’opera creata).

Quando e come nasce il diritto d’autore

Nella legislazione italiana, questi diritti sorgono in capo all’autore con la creazione dell’opera.

Art. 2576 del codice civile
Il titolo originario dell’acquisto del diritto di autore è costituito dalla creazione dell’opera, quale particolare espressione del lavoro intellettuale.

Un diritto si può acquistare a titolo originario, se esso non viene trasferito da un soggetto a un altro, ma si costituisce autonomamente in capo al nuovo titolare (per esempio, usucapione, diritto d’autore, eccetera), oppure a titolo derivativo, se vi è un rapporto di successione con il precedente titolare (per esempio, contratto di compravendita, eccetera).

Questo significa che l’acquisizione del diritto è data dal solo fatto della creazione dell’opera, senza che siano necessari ulteriori atti o fatti o formalità come, per esempio, la pubblicazione dell’opera, il deposito o la registrazione.

La legge sul diritto d’autore (Legge n. 633/1941) dispone infatti che l’omissione del deposito dell’opera non pregiudica l’acquisizione e l’esercizio del diritto d’autore.

Art. 105 della Legge n. 633/1941
Gli autori e i produttori delle opere e dei prodotti protetti ai sensi di questa legge o i loro aventi causa devono depositare presso il Ministero della cultura popolare [ora Presidenza del Consiglio dei Ministri] un esemplare o copia della opera o del prodotto, nei termini e nelle forme stabilite dal regolamento.
Qualora si tratti di opera drammatico-musicale o sinfonica di cui non sia stampata la partitura d’orchestra, basterà una copia o un esemplare della riduzione per canto e pianoforte o per pianoforte solo.
Per i programmi per elaboratore la registrazione è facoltativa ed onerosa.
Per le fotografie è escluso l’obbligo del deposito, salvo il disposto del secondo comma dell’art. 92.

Art. 106 della Legge n. 633/1941
L’omissione del deposito non pregiudica l’acquisto e l’esercizio del diritto di autore sulle opere protette a termini delle disposizioni del titolo I di questa legge e delle disposizioni delle convenzioni internazionali, salva, per le opere straniere, l’applicazione dell’art. 188 di questa legge.
Il Ministro per la cultura popolare [ora Presidente del Consiglio dei Ministri] può far procedere al sequestro di un esemplare o di una copia dell’opera di cui fu omesso il deposito, nelle forme stabilite dal regolamento.

La legge sul diritto d’autore stabilisce una presunzione legale di paternità dell’opera, per cui spetterà a chi lo contesta provare che l’opera non è stata creata da chi si è qualificato come autore.

Art. 8 della Legge n. 633/1941
È reputato autore dell’opera, salvo prova contraria, chi è in essa indicato come tale nelle forme d’uso, ovvero, è annunciato come tale nella recitazione, esecuzione, rappresentazione o radio-diffusione dell’opera stessa.
Valgono come nome lo pseudonimo, il nome d’arte, la sigla o il segno convenzionale, che siano notoriamente conosciuti come equivalenti al nome vero.

Vi sono alcune eccezioni a questo principio generale, ecco alcuni esempi.
L’art. 12 bis della legge sul diritto d’autore prevede, per esempio, che «salvo patto contrario, il datore di lavoro è titolare del diritto esclusivo di utilizzazione economica del programma per elaboratore o della banca di dati creati dal lavoratore dipendente nell’esecuzione delle sue mansioni o su istruzioni impartite dallo stesso datore di lavoro».
Ancora, l’art. 88 della legge sul diritto d’autore prevede che «spetta al fotografo il diritto esclusivo di riproduzione, diffusione e spaccio della fotografia … per ciò che riguarda il ritratto e senza pregiudizio, riguardo alle fotografie riproducenti opere dell’arte figurativa, dei diritti di autore sulla opera riprodotta. Tuttavia se l’opera è stata ottenuta nel corso e nell’adempimento di un contratto di impiego o di lavoro, entro i limiti dell’oggetto e delle finalità del contratto, il diritto esclusivo compete al datore di lavoro. La stessa norma si applica, salvo patto contrario, a favore del committente quando si tratti di fotografia di cose in possesso del committente medesimo e salvo pagamento a favore del fotografo, da parte di chi utilizza commercialmente la riproduzione, di un equo corrispettivo».

Le opere realizzate da più autori

Se l’opera è realizzata da più soggetti diversi, occorre distinguere le opere collettive dalle opere composte.

Si parla di opere collettive quando i contributi dei diversi autori sono distinguibili, per cui ciascuno è titolare dei diritti sulla parte o sulle parti dell’opera realizzata, mentre chi ha organizzato e diretto l’opera è titolare dei diritti sull’opera complessiva (cfr. art. 7 della Legge n. 633/1941).

Si parla di opere composte quando i contributi dei diversi autori non sono distinguibili, per cui i diritti sull’opera collettiva appartengono in comunione a tutti gli autori (cfr. art. 10 della Legge n. 633/1941).

Art. 7 della Legge n. 633/1941
È considerato autore dell’opera collettiva chi organizza e dirige la creazione dell’opera stessa.
È considerato autore delle elaborazioni l’elaboratore, nei limiti del suo lavoro.

Art. 10 della Legge n. 633/1941
Se l’opera è stata creata con il contributo indistinguibile ed inscindibile di più persone, il diritto di autore appartiene in comune a tutti i coautori.
Le parti indivise si presumono di valore eguale, salvo la prova per iscritto di diverso accordo.

Le opere tutelate

Art. 2575 del codice civile
Formano oggetto del diritto di autore le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alle scienze, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione.

Art. 1 della Legge n. 633/1941
Sono protette ai sensi di questa legge le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione.
Sono altresì protetti i programmi per elaboratore come opere letterarie ai sensi della Convenzione di Berna sulla protezione delle opere letterarie ed artistiche ratificata e resa esecutiva con legge 20 giugno 1978, n. 399, nonché le banche di dati che per la scelta o la disposizione del materiale costituiscono una creazione intellettuale dell’autore.

Art. 2 della Legge n. 633/1941
In particolare sono comprese nella protezione:
1) le opere letterarie, drammatiche, scientifiche, didattiche, religiose, tanto se in forma scritta quanto se orale;
2) le opere e le composizioni musicali, con o senza parole, le opere drammatico-musicali e le variazioni musicali costituenti di per sé opera originale;
3) le opere coreografiche e pantomimiche, delle quali sia fissata la traccia per iscritto o altrimenti;
4) le opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari, compresa la scenografia;
5) i disegni e le opere dell’architettura;
6) le opere dell’arte cinematografica, muta o sonora, sempreché non si tratti di semplice documentazione protetta ai sensi delle norme del capo quinto del titolo secondo;
7) le opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo a quello della fotografia sempre che non si tratti di semplice fotografia protetta ai sensi delle norme del capo V del titolo II;
8) i programmi per elaboratore, in qualsiasi forma espressi purché originali quale risultato di creazione intellettuale dell’autore.
Restano esclusi dalla tutela accordata dalla presente legge le idee e i principi che stanno alla base di qualsiasi elemento di un programma, compresi quelli alla base delle sue interfacce.
Il termine programma comprende anche il materiale preparatorio per la progettazione del programma stesso.
9) Le banche di dati di cui al secondo comma dell’articolo 1, intese come raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili mediante mezzi elettronici o in altro modo.
La tutela delle banche di dati non si estende al loro contenuto e lascia impregiudicati diritti esistenti su tale contenuto.
10) Le opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico.

Per essere tutelata dal diritto d’autore l’opera deve essere creativa, e per creatività s’intende;
– un’opera che rechi il contributo (la cosiddetta ”impronta”) personale dell’autore (creatività in senso soggettivo);
– un’opera che non sia una semplice copia di una creazione preesistente (creatività in senso oggettivo),

Inoltre, per essere tutelata dal diritto d’autore, l’opera creativa deve manifestarsi in una forma percepibile, cioè non può restare a livello di mero pensiero, seppure non deve necessariamente essere fissata su un supporto materiale.

I diritti patrimoniali d’autore

Art. 12 della Legge n. 633/1941
L’autore ha il diritto esclusivo di pubblicare l’opera.
Ha altresì il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo, originale o derivato, nei limiti fissati da questa legge, ed in particolare con l’esercizio dei diritti esclusivi indicati negli articoli seguenti.
È considerata come prima pubblicazione la prima forma di esercizio del diritto di utilizzazione.

Art. 13 della Legge n. 633/1941
Il diritto esclusivo di riprodurre ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell’opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l’incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia ed ogni altro procedimento di riproduzione.

Art. 18 della Legge n. 633/1941
Il diritto esclusivo di tradurre ha per oggetto la traduzione dell’opera in altra lingua o dialetto.
Il diritto esclusivo di elaborare comprende tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell’opera previste nell’art. 4.
L’autore ha altresì il diritto esclusivo di pubblicare le sue opere in raccolta.
Ha infine il diritto esclusivo di introdurre nell’opera qualsiasi modificazione.

Art. 25 della Legge n. 633/1941
I diritti di utilizzazione economica dell’opera durano tutta la vita dell’autore e sino al termine del cinquantesimo anno solare dopo la sua morte.

Art. 61 della Legge n. 633/1941
L’autore ha il diritto esclusivo, ai sensi delle disposizioni contenute nella sezione I del capo III di questo titolo:
a) di adattare e di registrare l’opera su qualunque supporto riproduttore di suoni, di voci o di immagini, qualunque sia la tecnologia utilizzata;
b) di riprodurre, di distribuire, di noleggiare e di dare in prestito gli esemplari dell’opera così adattata o registrata;
c) di eseguire pubblicamente e di comunicare l’opera al pubblico mediante l’impiego di qualunque supporto.
La cessione del diritto di riproduzione o dei diritto di distribuzione non comprende, salvo patto contrario, la cessione dei diritto di esecuzione pubblica o di comunicazione al pubblico.
Per quanto riguarda la radiodiffusione, il diritto d’autore resta regolato dalle norme contenute nella precedente sezione.

I diritti patrimoniali sopra menzionati sono indipendenti tra essi e possono essere esercitati dal titolare congiuntamente o disgiuntamente, sull’intera opera o su ciascuna delle sue parti.

La durata dei diritti di utilizzazione economica stabilita dall’art. 25 della legge sul diritto d’autore è indipendente dal fatto che detti diritti vengano in concreto esercitati.

I diritti patrimoniali d’autore possono essere trasferiti liberamente da parte dei loro titolari, secondo il principio della libera disponibilità del diritto, in tutti i modi e in tutte le forme consentite dalla legge.
La cessione implica il trasferimento, in tutto o in parte, in via esclusiva o non esclusiva, della titolarità dei diritti patrimoniali, sicché l’autore, non potrà più esercitarli.
La licenza implica il trasferimento, in tutto o in parte, in via esclusiva o non esclusiva, per un periodo determinato o indeterminato, il solo esercizio dei diritti patrimoniali, rimanendo titolare dei diritti sull’opera sicché. alla scadenza pattuita ovvero in caso di recesso, riacquisterà la pienezza delle facoltà di godimento economico dell’opera.

I diritti morali d’autore

Art. 20 della Legge n. 633/1941
Indipendentemente dai diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera, previsti nelle disposizioni della sezione precedente, ed anche dopo la cessione dei diritti stessi, l’autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.
Tuttavia nelle opere dell’architettura l’autore non può opporsi alle modificazioni che si rendessero necessarie nel corso della realizzazione.
Del pari non potrà opporsi a quelle altre modificazioni che si rendesse necessario apportare all’opera già realizzata.
Però se all’opera sia riconosciuta dalla competente autorità statale importante carattere artistico spetteranno all’autore lo studio e l’attuazione di tali modificazioni.

Art. 21 della Legge n. 633/1941
L’autore di un’opera anonima o pseudonima ha sempre il diritto di rivelarsi e di far riconoscere in giudizio la sua qualità di autore.
Nonostante qualunque precedente patto contrario, gli aventi causa dell’autore che si sia rivelato ne dovranno indicare il nome nelle pubblicazioni, riproduzioni, trascrizioni, esecuzioni, rappresentazioni, recitazioni e diffusioni o in qualsiasi altra forma di manifestazione o annuncio al pubblico.

Art. 22 della Legge n. 633/1941
I diritti indicati nei precedenti articoli sono inalienabili.
Tuttavia l’autore che abbia conosciute ed accettate le modificazioni della propria opera non è più ammesso ad agire per impedirne l’esecuzione o per chiederne la soppressione.

Art. 23 della Legge n. 633/1941
Dopo la morte dell’autore il diritto previsto nell’art. 20 può essere fatto valere, senza limite di tempo, dal coniuge e dai figli e, in loro mancanza, dai genitori e dagli altri ascendenti e dai discendenti diretti; mancando gli ascendenti ed i discendenti, dai fratelli e dalle sorelle e dai loro discendenti.
L’azione, qualora finalità pubbliche lo esigano, può altresì essere esercitata dal Ministro per la cultura popolare [ora Presidente del Consiglio dei Ministri], sentita l’Associazione sindacale competente.

Art. 24 della Legge n. 633/1941
Il diritto di pubblicare le opere inedite spetta agli eredi dell’autore o ai legatari delle opere stesse, salvo che l’autore abbia espressamente vietata la pubblicazione o l’abbia affidata ad altri.
Qualora l’autore abbia fissato un termine per la pubblicazione, le opere inedite non possono essere pubblicate prima della sua scadenza.
Quando le persone indicate nel primo comma siano più e vi sia tra loro dissenso, decide l’autorità giudiziaria, sentito il pubblico ministero.
È rispettata, in ogni caso, la volontà del defunto, quando risulti da scritto.
Sono applicabili a queste opere le disposizioni contenute nella sezione seconda del capo secondo del titolo terzo.

I diritti morali d’autore sono irrinunciabili (spettano all’autore per il solo fatto di avere realizzato l’opera originale), imprescrittibili (non scadono mai) e intrasmissibili (non possono essere ceduti o trasferiti a nessuno).

Il copyright

Il diritto d’autore è una figura propria degli ordinamenti di civil law (tra i quali l’Italia e la Francia.

Il copyright è un istituto giuridico (parzialmente diverso dal diritto d’autore) proprio degli ordinamenti di common law (come gli Stati Uniti e il Regno Unito).

La SIAE

La SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) è un ente pubblico economico a base associativa, preposto alla protezione e all’esercizio dell’intermediazione del diritto patrimoniale d’autore in Italia, dichiaratamente in forma di società di gestione collettiva senza scopo di lucro, ma effettivamente a gestione famigliare (fonte: Wikipedia).

Svolge funzioni connesse con la protezione delle opere dell’ingegno e può assumere, per conto dello Stato, di enti pubblici o privati, servizio di accertamento e riscossione di tasse, contributi e altri diritti.

Si propone di corrispondere ad autori ed editori i diritti loro spettanti, riscossi presso chi ne utilizza le opere, svolgere attività di promozione culturale e incentivazione alla produzione di nuove opere, esercitare azioni di solidarietà e conservazione del patrimonio artistico.

Fornisce servizi per enti terzi e agisce d’iniziativa su materie connesse ai suoi compiti d’istituto.

Si propone di vigilare e agire per il rispetto dei diritti d’autore di natura patrimoniale dei suoi associati e mandanti, rilasciando licenze e autorizzazioni di utilizzo delle opere, nonché riscuotendone come fiduciaria i connessi proventi che ripartisce fra gli aventi diritto.

In base all’art. 180 della Legge n. 633/1941 (legge sul diritto d’autore), la SIAE è l’unico soggetto italiano autorizzato a svolgere in Italia attività di intermediazione nell’esercizio dei diritti patrimoniali d’autore.

Il Decreto Legge n. 148/2017 ha modificato la legge sul diritto d’autore e ha permesso ad altri organismi di gestione collettiva di occuparsi dei diritti dell’autore che scegliesse di affidarvisi, senza tuttavia modificare o abrogare l’art. 180, sicché la SIAE resta l’unica società italiana autorizzata ad agire in Italia.

In altri termini, un’altra società straniera di raccolta può offrire i suoi servizi in Italia, ma (paradossalmente) non può farlo un’altra società italiana.

È bene ricordare che la legge preserva la facoltà dell’autore di agire direttamente, senza cioè intermediari, per il rispetto dei propri diritti, salvo che nel caso in cui egli abbia maturato diritti in paesi stranieri e non abbia provveduto a riscuoterli entro un anno dal momento della loro esigibilità: in questo caso, solo la SIAE potrà esercitare quei diritti per conto dell’autore o dei suoi eventuali eredi per lasciarli a disposizione degli aventi diritto per un periodo di successivi tre anni e, in caso di mancanza di interesse dei medesimi, per versarli alla Confederazione nazionale professionisti ed artisti che li utilizzerà a fini di assistenza alle categorie degli autori, scrittori e musicisti.

Un autore può affidare la tutela delle proprie opere alla SIAE tramite un contratto di associazione (diventando socio) oppure un contratto di mandato (conferendo un incarico).

La rete internazionale di Società di Autori in rapporti con la SIAE permette la tutela di opere protette anche al di fuori dell’Italia.

La SIAE gestisce per conto dei rispettivi detentori i diritti patrimoniali d’autore, cioè i diritti di utilizzazione economica dell’opera.

Il deposito dell’opera, però, non è obbligatorio in quanto il diritto d’autore sussiste sin dalla creazione dell’opera perciò possono essere usati altri mezzi per dimostrare la titolarità dei diritti (per esempio, inviare a se stessi una raccomandata in busta chiusa contenente lo spartito, la registrazione, il disegno, il progetto, eccetera, avendo cura di aprirla solo innanzi a un pubblico ufficiale in caso di necessità, cosicché dal timbro postale si evinca la data della creazione dell’opera).

D’altro canto, il deposito alla SIAE non implica neppure il definitivo riconoscimento in capo al depositante della titolarità dell’opera, giacché il vero autore, anche se non l’avesse in precedenza depositata, potrà sempre far valere i propri diritti.

L’unico caso di obbligatorietà della sottoscrizione è per gli enti che ritrasmettono opere via cavo, non essendo quindi compresa la radiodiffusione, sia essa fonica o televisiva.

Le case discografiche sono utilizzatori di opere musicali a scopo commerciale.

Il produttore discografico, al quale spettano i diritti di natura economica secondo l’art. 72 della legge sul diritto d’autore, è tenuto a versare alla SIAE le royalties che spettano ad autori ed editori delle opere riprodotte, nonché ad applicare il contrassegno (bollino SIAE).

L‘azienda che si occupasse al contempo di produzione discografica e di edizioni musicali, da una parte dovrà versare alla SIAE le royalties che spettano ad autori ed editori, dall’altra sarà beneficiaria di parte di quelle royalties in quanto editrice e, dunque, titolare dei diritti sull’opera in base al contratto stipulato con gli autori.

Le licenze Creative Commons

Creative Commons (CC) è un’organizzazione senza fini di lucro con sede a Mountain View, California, dedicata ad ampliare la gamma di opere dell’ingegno disponibili alla condivisione e all’utilizzo pubblico in maniera legale.

L’organizzazione ha stilato diversi tipi di licenze, le licenze Creative Commons (o “licenze CC”) che forniscono un modo semplice e standardizzato per comunicare quali diritti l’autore dell’opera si riserva e a quali altri rinuncia, a beneficio degli utilizzatori, introducendo il concetto di Alcuni diritti riservati” (some rights reserved) a metà strada tra il modello di copyright con “Tutti i diritti riservati” (All rights reserved) e il modello del pubblico dominio con “Nessun diritto riservato” (No rights reserved).

Le licenze CC non sono un’alternativa al copyright, bensì consentono di modificare i termini di copyright per soddisfare al meglio le esigenze degli autori di opere creative.

Permettono a quanti detengono i diritti di copyright di trasmettere alcuni di questi diritti al pubblico e di conservare gli altri, per mezzo di una varietà di schemi di licenze e di contratti che includono la destinazione di un bene privato al pubblico dominio o ai termini di licenza di contenuti aperti (open content), con l’intento di evitare le pastoie delle attuali leggi sul copyright a discapito della diffusione e condivisione delle informazioni.

La legge per le Creative Commons non contiene un testo di riferimento “pronto all’uso”, che l’autore può adottare per la sua opera senza alcun adattamento di tipo tecnico o legale.

In particolare, la legge non disciplina il tema della revoca della licenza, per mutata volontà dell’autore o obbligazioni legittime derivanti da cause di forza maggiore, per cui l’autore di un programma o di un’opera in genere potrebbe, per esempio, distribuirla gratuitamente sotto una licenza CC per un certo periodo di tempo, beneficiando di una pubblicità gratuita fra gli utenti e dei contributi apportati dalla comunità, per poi revocare legittimamente la licenza e iniziare una distribuzione commerciale.

Le licenze CC sono sviluppate intorno a quattro clausole (attribuzioni) opzionabili congiuntamente o disgiuntamente fra esse:
Attribuzione (BY): è obbligatorio indicare l’autore dell’opera (attributo obbligatorio) sicché sia possibile attribuirne la paternità come definito dagli artt. 8 e 20 della legge sul diritto d’autore;
Non commerciale (NC): non sono consentiti usi commerciali dell’opera creativa, come definito dal secondo comma dell’art. 12 della legge sul diritto d’autore;
No opere derivate (ND): non sono consentite elaborazioni dell’opera creativa, come definito dall’art. 20 della legge sul diritto d’autore;
Condividi allo stesso modo (SA): è consentito riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare l’opera con qualsiasi mezzo e formato.

La licenza GNU-GPL

La GNU General Public License (GNU GPL o semplicemente GPL) è una licenza fortemente copyleft per software libero.

A differenza di altre licenze libere non-copyleft, un’opera protetta da GNU GPL deve rimanere libera, ovvero col susseguirsi delle modifiche deve continuare a garantire ai suoi utenti le cosiddette “quattro libertà”:
– libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
– libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
– libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Dalla versione 2.0 la licenza GNU-GPL ha previsto che l’autore può revocare la licenza solamente per la sua copia, non per quelle già distribuite ad altri utenti, e che quindi la revoca non può essere retroattiva, riguardando soltanto parti di codice e modifica all’opera successive al cambio di licenza.

Se per obbligazioni dovute a cause di forza maggiore, l’autore non può applicare la licenza, questa si intende revocata automaticamente per l’intera opera.

Le critiche al modello copyright

Acclarato che il diritto d’autore nasce in capo al titolare con la semplice realizzazione dell’opera creativa, non essendo obbligatorio a tal fine nessun deposito o adempimento, e acclarato che il diritto morale d’autore è irrinunciabile, inalienabile e imprescrittibile, il modello copyright e il modello copyleft afferiscono entrambi alla sola disciplina del diritto materiale d’autore, cioè del diritto di utilizzazione economica dell’opera.

Le principali critiche al modello copyright derivano dal fatto che un’opera i cui diritti patrimoniali sono tutti riservati (all’autore, all’editore e agli altri eventuali titolari) può essere trasferita, diffusa o, più in generale, utilizzata a scopi commerciali o non commerciali, esclusivamente dietro pagamento di un corrispettivo.

Se, da un lato, il copyright tutela l’autore che giustamente aspira a una remunerazione del proprio sforzo creativo, dall’altro esso rappresenta un grosso limite alla diffusione della cultura, allo sviluppo di nuove idee e al miglioramento di prodotti e processi, e finisce per ritorcersi contro gli stessi autori come un boomerang.

Tanto per fare un esempio, se Tim Berners-Lee avesse imposto il copyright al World Wide Web, l’Internet non sarebbe diventato il portentoso sistema di comunicazione che tutti conosciamo, i social non si sarebbero diffusi a livello globale e, soprattutto, l’informazione sarebbe stata appannaggio esclusivo di grossi centri di potere, non soltanto economico.

Come in ogni altro campo, anche nella musica il copyright costituisce un grosso ostacolo per tutti i musicisti emergenti che non abbiano alle proprie spalle una major disposta a investire per loro.

Diciamoci la verità, quanti sarebbero disposti a pagare per ascoltare la musica di un perfetto sconosciuto?

E, ancora, dovendo pagare la gabella della SIAE anche per la semplice audiodiffusione all’interno dei propri locali, molte aziende preferiscono rinunciare del tutto alla musica (fateci caso, non ce n’è più in molti negozi, bar, supermercati), col risultato che anche gli artisti più affermati trovano sempre minori sbocchi per offrirsi al pubblico e preservare la propria notorietà.

A tutto questo si aggiunge il fatto che più della metà degli autori iscritti alla SIAE percepisce annualmente diritti per un importo di gran lunga inferiore al contributo di iscrizione (fonte: Wikipedia).

Le critiche al modello copyleft

Con il termine copyleft intendiamo una categoria di licenze che spaziano dal No rights reserved (“Nessun diritto riservato”), come nel modello del pubblico dominio, al Some rights reserved (“Alcuni diritti riservati”), come nel caso delle Creative Commons.

Se, da un lato, favorisce la condivisione, la diffusione e lo sviluppo delle idee, della cultura e delle opere dell’ingegno, dall’altro, soprattutto secondo i sostenitori del modello copyright, il modello copyleft costituisce un disincentivo all’iniziativa economica delle imprese che investono in opere dell’ingegno, determinato dalla riduzione dei profitti.

Bisogna in effetti riconoscere che le imprese, ma anche gli autori stessi, smetterebbero di investire tempo e denaro nella realizzazione di opere dell’ingegno se non aspirassero a trarne legittimi profitti.

D’altro canto, non è sostenibile uno sviluppo della tecnologia, dell’informazione e della cultura, che sia affidato esclusivamente a gruppi di volontari armati solo di tempo libero.

Ciò nonostante, il modello copyleft, dove è stato correttamente regolamentato e applicato, non solo non ha costituito affatto un disincentivo alla realizzazione ”professionale” di opere dell’ingegno, ma ne ha addirittura favorito, sostenuto e accelerato lo sviluppo.

Si pensi, per esempio, al sistema operativo Android che sfrutta il kernel open source (a codice libero) del sistema operativo GNU/Linux e applica alle sue molteplici componenti una serie di licenze (parzialmente o totalmente) copyleft fra le quali la GPL e la Apache.

La versione ”professionale” di Android viene sviluppata e mantenuta dall’AOSP (Android Open Source Project), ma chiunque, nel rispetto delle licenze, può modificarla e implementarla a piacimento e, in ogni caso è gratuita.

Ebbene, questa modalità di impiego del modello copyleft ha consentito, sostenuto e accelerato, la nascita e lo sviluppo di un intero mercato di device mobili (cellulari, tablet e wearable) tra i più redditizi al mondo, in barba ai nefasti presagi dei più fervidi sostenitori del modello copyright.

Anche in campo musicale gli artisti, non solo quelli emergenti, ricorrono a piene mani al modello copyleft, mettendo a disposizione del pubblico, gratuitamente o quasi, le loro opere così da far conoscere la loro musica e riempire poi gli stadi nei loro concerti.

Conclusioni

Il diritto d’autore nasce in capo al titolare, l’autore appunto, in conseguenza del semplice manifestarsi (concretizzarsi in qualsiasi forma) dell’opera dell’ingegno originale, non essendo a tal fine necessario nessun deposito o adempimento formale.

Il diritto morale d’autore, cioè, in estrema sintesi, il diritto dell’autore di vedersi riconosciuta la paternità dell’opera, è imprescindibile, inalienabile e imprescrittibile.

Il diritto patrimoniale d’autore, cioè il diritto di utilizzazione economica dell’opera dell’ingegno, invece, è disponibile, nel senso che può essere ceduto, in tutto o in parte dall’autore, e si prescrive al compimento del cinquantesimo anno solare dalla morte dell’autore.

Le licenze sono una forma di utilizzo del diritto patrimoniale d’autore.

La SIAE è un intermediario del diritto patrimoniale d’autore in Italia presso il quale il deposito dell’opera non è (nella generalità dei casi) obbligatorio né implica in sé il definitivo riconoscimento della paternità dell’opera in capo al depositante, giacché in qualsiasi momento il vero autore, anche se non l’avesse in precedenza depositata, potrà sempre far valere i propri diritti.

Il copyright è un modello di licenza tipico degli ordinamenti giuridici di common law (come USA e UK), analogo allo schema ”Tutti i diritti riservati” (all rights reserved) degli ordinamenti giuridici di civil law.

Il copyleft comprende una gamma di modelli di licenza che spazia dallo schema ”Nessun diritto riservato” (no rights reserved) a quello ”Alcuni diritti riservati” (some rights reserved).

Copyright e copyleft presentano, entrambi, vantaggi e svantaggi, per cui non si tratta di modelli antitetici l’uno all’altro, bensì di modalità diverse e differenziate di gestire il diritto patrimoniale d’autore relativamente a un’opera e a un’utilizzo.

Il modello copyleft tutela l’autore quanto il copyright, favorisce la condivisione dell’opera così rendendola più facilmente accessibile e conoscibile al pubblico, ed è compatibile con l’evoluzione della tecnologia digitale che rende il copyright poco più che una dichiarazione di intenti.

La scelta e la corretta applicazione del contratto collettivo di lavoro

Per il primo comma dell’art. 2070 del codice civile, l’appartenenza alla categoria professionale, ai fini dell’applicazione del contratto collettivo, si determina secondo l’attività effettivamente esercitata dall’imprenditore.

Tuttavia, questa norma è correlata all’abrogato ordinamento corporativo ed è incompatibile con un sistema fondato sulla libera autodeterminazione sindacale.

Con la sentenza n. 2665 del 26 marzo 1997 le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno confermato l’orientamento prevalente secondo il quale il principio della libertà sindacale governa la contrattazione collettiva di diritto comune, e hanno così sancito l’inapplicabilità del mentovato art. 2070 del codice civile.

Dunque, il primo comma dell’art. 2070 del codice civile non opera nei riguardi della contrattazione collettiva di diritto comune, che ha efficacia vincolante limitatamente agli iscritti alle associazioni sindacali stipulanti e a coloro che, esplicitamente o implicitamente, al contratto abbiano prestato adesione.

Nel caso in cui il contratto individuale di lavoro sia regolato da un Ccnl riferibile a un settore non corrispondente a quello dell’attività svolta dall’imprenditore, il lavoratore non può pretendere l’applicazione di un Ccnl diverso se il datore di lavoro non vi è obbligato per appartenenza sindacale, ma può solo richiamarne la disciplina come termine di riferimento per la determinazione della retribuzione ai sensi dell’art. 36 della Costituzione.

Con la sentenza n. 10002 del 29 luglio 2000 la Suprema Corte ha precisato che nel vigente ordinamento del rapporto di lavoro subordinato, regolato da contratti collettivi di diritto comune, l’individuazione del Ccnl che disciplina il rapporto di lavoro va fatta unicamente attraverso l’indagine della volontà delle parti, risultante, oltre che da espressa pattuizione, anche implicitamente dalla protratta e non contestata applicazione di un determinato contratto collettivo.

Il ricorso al criterio della categoria economica di appartenenza del datore di lavoro, fissato dall’art. 2070 del codice civile, è consentito al solo fine di individuare il parametro della retribuzione adeguata ai sensi dell’art. 36 della Costituzione, quando non risulti applicata alcuna contrattazione collettiva, ovvero sia dedotta l’inadeguatezza della retribuzione contrattuale rispetto all’effettiva attività lavorativa esercitata.

Inoltre, con la sentenza n. 5596 del 14 aprile 2001 la Cassazione ha chiarito che i contratti collettivi di lavoro, non dichiarati efficaci erga omnes ai sensi della legge n. 741 del 1959, in quanto costituiscono atti di natura negoziale e privatistica, si applicano esclusivamente ai rapporti individuali intercorrenti tra soggetti che siano entrambi iscritti alle associazioni stipulanti, ovvero che, in mancanza di tale condizione, abbiano fatto espressa adesione ai patti collettivi e li abbiano implicitamente recepiti attraverso un comportamento concludente, desumibile da una costante e prolungata applicazione delle relative clausole.

Il semplice richiamo alle tabelle salariali di un Ccnl, o la circostanza che il datore di lavoro, non iscritto ad alcuna delle associazioni sindacali stipulanti il Ccnl, abbia applicato soltanto alcune clausole di tale contratto, non è sufficiente per concretizzare un’adesione implicita, tale da rendere applicabile il contratto collettivo nell’intero suo contenuto.

Riepilogando

  • la convinzione che l’applicazione del Ccnl sia legata all’attività esercitata dall’imprenditore trova il suo fondamento nell’art. 2070, comma 1, del Codice civile;
  • di norma, i datori di lavoro tendono ad applicare il contratto collettivo della categoria corrispondente al settore merceologico di appartenenza, facendo riferimento anche all’inquadramento previdenziale operato dall’Inps;
  • in ogni caso, datore di lavoro e dipendente sono liberi di concordare – all’interno del contratto individuale di lavoro – l’applicazione di un contratto collettivo di categoria diverso da quello previsto per il settore merceologico dell’azienda;
  • come ha chiarito anche la Corte di cassazione nella sentenza 5596/2001, il Ccnl prescelto deve essere applicato nella sua interezza: non è lecito concordare l’applicazione di alcune clausole di un Ccnl, rimandando per il resto alla contrattazione relativa al settore merceologico dell’azienda.
Guida completa allo scioglimento della s.r.l.

Lo scioglimento delle società di capitali è disciplinato dall’art. 2484 del codice civile, e i suoi effetti si determinano alla data dell’iscrizione, presso l’ufficio del registro delle imprese, della dichiarazione con cui gli amministratori – oppure il tribunale, su richiesta dei singoli soci, degli amministratori o dei sindaci – ne accertano la causa.

Se lo scioglimento avviene per deliberazione dell’assemblea, i suoi effetti si determinano alla data dell’iscrizione della relativa deliberazione.

Quando l’atto costitutivo o lo statuto prevedono altre cause di scioglimento, essi devono determinare la competenza a deciderle o accertarle, e a effettuare gli adempimenti pubblicitari.

Per le società di capitali, l’iscrizione della causa di scioglimento nel registro delle imprese ha effetti costitutivi: non è sufficiente il mero verificarsi di una delle cause di scioglimento previste dall’art. 2484 del codice civile – o da leggi speciali oppure dallo statuto – affinché la società possa considerarsi agli occhi dei terzi sciolta, ma occorre l’ulteriore adempimento pubblicitario dell’iscrizione, nel registro delle imprese, della dichiarazione degli amministratori o della delibera dell’assemblea oppure del decreto del tribunale territorialmente competente.

Con l’iscrizione della causa di scioglimento nel registro delle imprese, la società entra in una fase cosiddetta di liquidazione in cui viene a mutare lo scopo sociale: da tale momento, essa non aspira più al conseguimento di utili da distribuire tra i soci ai sensi dell’art. 2247 del codice civile (scopo di lucro), ma alla definizione dei rapporti esistenti (scopo di liquidazione).

A seguito dell’accertamento della causa di scioglimento, ai sensi dell’art. 2487 del codice civile, sorge l’obbligo per gli amministratori di convocare l’assemblea dei soci – salvo che l’atto costitutivo o lo statuto non dispongano in materia – affinché siano nominati i liquidatori e ne siano indicati i relativi poteri.

La convocazione dell’assemblea può essere eseguita anche dal tribunale qualora vi sia omissione da parte degli amministratori e ne facciano richiesta i singoli soci o gli amministratori oppure i sindaci.

L’art. 2486 del codice civile prevede espressamente la continuazione in capo agli amministratori del potere di gestione, finalizzato alla conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale, fintanto che essi non abbiano provveduto a consegnare i libri sociali ai liquidatori come prescritto dall’art. 2487 bis del codice civile.

Le cause di scioglimento delle società di capitali

Le cause di scioglimento delle società di capitali sono indicate dal primo comma dell’art. 2484 del codice civile, e sono le seguenti.

  1. Decorso del termine: questa causa di scioglimento è applicabile esclusivamente alle società di capitali costituite a tempo determinato.

Giova osservare che questa causa di scioglimento ha perso la sua importanza a seguito della riforma del diritto societario del 2003, essendo espressamente prevista la possibilità di costituire s.p.a. e s.a.p.a. a tempo indeterminato (art. 2328, a cui rinvia anche l’art. 2454 del codice civile) e, per le s.r.l., non costituendo più la durata uno degli elementi essenziali previsti dall’art. 2463 del codice civile.

In ogni caso, qualora la società sia stata costituita a tempo determinato, è possibile che essa deliberi la proroga della durata:

  • prima della scadenza del termine di durata;
  • dopo la scadenza del termine di durata (in tal caso è necessario preventivamente revocare lo stato di liquidazione prima di adottare la relativa delibera di proroga della durata, sebbene entrambe le delibere possano essere ricevute in un unico verbale di assemblea).
  1. Conseguimento dell’oggetto sociale o sopravvenuta impossibilità di conseguirlo, salvo che l’assemblea all’uopo convocata senza indugio non deliberi le opportune modifiche statutarie.

In questo caso lo scioglimento per avvenuto conseguimento dell’oggetto sociale può verificarsi solo se l’oggetto sociale indicato nell’atto costitutivo è specificatamente determinato, non potendo invece concretizzarsi quando l’oggetto sociale, per esempio, è indicato con riferimento a sommari settori di attività.

La sopravvenuta impossibilità di conseguire l’oggetto sociale si verifica quando, per esempio, viene revocata una concessione amministrativa.

L’assemblea, al fine di evitare il verificarsi della causa di scioglimento, può deliberare le opportune modifiche statutarie.

In quest’ultimo caso, la delibera della società che modifichi l’oggetto sociale divenuto impossibile non comporta la revoca dello stato di liquidazione e produce effetti sin dal momento di iscrizione nel registro delle imprese, senza necessità del decorso dei sessanta giorni previsti dall’art. 2487 ter, comma 2, del codice civile.

  1. Impossibilità di funzionamento o continuata inattività dell’assemblea: è necessario che sia accertata definitivamente l’impossibilità per la società di svolgere le naturali attività della vita sociale.

Non possono costituire causa di scioglimento della società meri dissidi tra i soci che non impediscono alla società di operare attraverso i loro organi.

Nonostante la norma si riferisca all’assemblea, tale causa di scioglimento opera anche nelle s.r.l. in cui le decisioni dei soci possono essere assunte con metodi diversi da quello assembleare.

  1. Riduzione del capitale sociale al di sotto del minimo legale, salvo quanto disposto dagli artt. 2447 e 2482 ter del codice civile.

La norma fa riferimento alle ipotesi in cui è necessario ricostituire il patrimonio sociale, per esempio a seguito di perdite, affinché la società possa continuare a operare sul mercato.

  1. Ipotesi previste dagli artt. 2437 quater e 2473 del codice civile, cioè nei casi di recesso del socio nella s.p.a. e nella s.r.l., che per effetto della liquidazione del valore, rispettivamente, delle azioni o della quota, determinano una insanabile diminuzione del capitale sociale al di sotto del minimo legale, al punto da indurre gli amministratori a convocare l’assemblea per lo scioglimento della società.
  1. Deliberazione dell’assemblea.

Nel caso della s.p.a. questa deliberazione deve essere assunta dall’assemblea straordinaria con la maggioranza qualificata ai sensi dell’art. 2369, comma 5, del codice civile.

Nel caso della s.r.l, pur essendo prevista la possibilità per i soci di adottare le decisioni mediante consultazione scritta o sulla base del consenso espresso per iscritto ai sensi dell’art. 2479, comma 3, del codice civile, sembra potersi configurare l’ipotesi di cui all’art. 2479, comma 2, n. 4, e dunque reputarsi necessario il rispetto del metodo assembleare con i quorum di cui all’art. 2479 bis, comma 3, ossia con voto favorevole dei soci che complessivamente rappresentino almeno la metà del capitale sociale.

  1. Altre cause previste dall’atto costitutivo o dallo statuto, essendo consentito ai soci, nella piena libertà di autonomia contrattuale, di inserire nell’atto costitutivo o nello statuto ulteriori cause di scioglimento della società.

È tuttavia espressamente stabilito che ai fini della validità della clausola statutaria è necessario che essa indichi i soggetti ai quali compete decidere o accertare le cause di scioglimento ivi previste, e compiere gli adempimenti pubblicitari richiesti dall’art. 2484 del codice civile.

Infine, ai sensi dell’art. 2484, comma 2, la società si scioglie per le altre cause previste dalla legge, e cioè:

  • in caso di nullità della società ai sensi dell’art. 2332 del codice civile;
  • per le s.a.p.a., nel caso di cessazione dall’ufficio di tutti gli amministratori, se nel termine di 180 giorni non si è provveduto alla loro sostituzione e i sostituiti non hanno accettato la carica ai sensi dell’art. 2458 del codice civile.

Si ritiene che la dichiarazione di fallimento non costituisca più causa di scioglimento delle società di capitali non essendo ciò previsto nel vigente testo dell’art. 2484 del codice civile.

Ciò nonostante, il sopravvenuto fallimento potrebbe rilevare come causa di impossibilità di conseguire l’oggetto sociale.

Legittimazione all’accertamento delle cause di scioglimento

L’art. 2485 del codice civile individua negli amministratori i soggetti obbligati ad accertare senza indugio il verificarsi di una causa di scioglimento e procedere agli adempimenti previsti dall’art. 2484.

Con la formula “senza indugio” il legislatore non ha dettato termini rigidi, per cui eventuali ritardi dovranno essere valutati caso per caso, atteso che non deve trascorrere un lasso di tempo maggiore di quello strettamente necessario.

L’art. 2486 del codice civile prevede, in caso di ritardo od omissione, una responsabilità personale e solidale degli amministratori laddove la società, i soci, creditori sociali o terzi subiscano danni.

Questa norma dovrebbe invero considerarsi del tutto superflua in quanto tali omissioni o ritardi determinerebbero violazioni di obblighi imposti agli amministratori dalla legge, che sono già sanzionabili in base agli artt. da 2392 a 2395, nonché dall’art. 2476 del codice civile.

Ciò nonostante, pare comunque doversi attribuire alla norma un qualche significato, essendo certamente la fattispecie in esame applicabile alla s.r.l., non essendo più espressamente prevista, a seguito della riforma, l’azione di responsabilità da parte dei creditori sociali.

In ogni caso, la norma attribuisce ai singoli soci o amministratori e ai sindaci la competenza ad adire il tribunale competente al fine di accertare e dichiarare la causa di scioglimento.

La competenza in capo a singoli soci viene a configurarsi solo in caso di omissione o ritardo degli amministratori, da valutare caso per caso, non essendo stato previsto un termine rigido di adempimento del suddetto obbligo.

Pur nel silenzio della norma, si ritiene che in caso di vincoli sulle azioni, come per esempio in caso di pegno, debba essere riconosciuta identica competenza anche al soggetto titolare del vincolo, per esempio il creditore pignoratizio, e ciò in base alla considerazione che, salvo convenzione contraria, il diritto di voto spetta a quest’ultimo ai sensi dell’art. 2352 del codice civile.

Le verifiche preliminari

Per quanto riguarda le pratiche da presentare presso la competente camera di commercio, è sempre opportuno, in via preliminare:

  • prendere contatti con la camera di commercio competente, per verificare che loro accettino la procedura e quali sono i passaggi richiesti, poiché anche se la procedura è in genere standard, potrebbero essere richiesti documenti particolari, formati particolari o altro;
  • accertarsi del possesso da parte dell’amministratore unico, o del presidente del consiglio di amministratore e da parte del liquidatore della firma digitale; in molte camere di commercio non è necessaria, ma è sempre bene averla anche per velocizzare le procedure;
  • constatare l’esistenza di una delle cause di scioglimento contemplate dalla norma, tenendo presente che il mancato raggiungimento dell’oggetto sociale, per esempio, non può essere giustificato con una situazione economica disastrosa o la mancanza di clienti, o che la continua inattività dell’assemblea deve essere in qualche modo accertata ufficialmente.

L’intervento del notaio

Ai sensi dell’art. 2436 del codice civile, il verbale dell’assemblea che delibera lo scioglimento della società e la nomina dei liquidatori deve essere redatto dal notaio il quale, verificato il rispetto delle condizioni stabilite dalla legge, ne richiede l’iscrizione nel registro delle imprese contestualmente al deposito e allega le eventuali autorizzazioni richieste.

Competerà ai liquidatori l’inoltro, all’agenzia delle entrate, della domanda di cui al modello AA7/10.

La procedura semplificata di liquidazione delle s.r.l.

La procedura semplificata permette agli amministratori di s.r.l. di procedere alla messa in liquidazione della società senza ricorrere all’intervento del notaio.

Questa procedura è consentita solo nelle ipotesi di scioglimento previste dal n. 1 al n. 5 dell’art. 2484.

Essa prevede che l’organo amministrativo, senza l’intervento del notaio, accertata la causa di scioglimento, depositi la constatazione al registro delle imprese e convochi l’assemblea dei soci per deliberare in merito a quanto segue:

  • numero dei liquidatori e regole di funzionamento del collegio in caso di pluralità di liquidatori;
  • nomina dei liquidatori, con indicazione di quelli ai quali spetta la rappresentanza della società;
  • criteri in base ai quali deve svolgersi la liquidazione.

La norma prevede pertanto che l’assemblea deliberi con maggioranze qualificate, ma non impone la redazione del relativo verbale ai sensi dell’art. 2436 del codice civile.

Di conseguenza, nel rispetto della procedura prevista dal combinato disposto dell’art. 2484, comma 1, nn. da 1 a 5, e dell’art. 2436 del codice civile, non è necessario che il verbale dell’assemblea con cui si nominano i liquidatori sia redatto da un notaio.

Con il verbale di nomina dei liquidatori si apre il procedimento di liquidazione affidato ai liquidatori, i quali si sostituiscono all’organo amministrativo e depositano le loro nomine al registro delle imprese.

Compete inoltre ai liquidatori l’invio, all’agenzia delle entrate, della domanda di cui al modello AA7/10.

Le fasi operative della procedura semplificata di liquidazione delle s.r.l. sono dunque le seguenti:

  • accertamento da parte degli amministratori di una delle cause di scioglimento previste dall’art. 2484, comma 1, nn. da 1 a 5, del codice civile;
  • convocazione dell’assemblea dei soci;
  • deliberazione dell’assemblea dei soci che prende atto della causa di scioglimento e nomina uno o più liquidatori;
  • procedura di liquidazione, consistente nel realizzo dell’attivo e nell’estinzione del passivo;
  • approvazione del bilancio finale di liquidazione, in modo tacito o espresso, e istanza di cancellazione dal registro delle imprese (e invio all’agenzia delle entrate della domanda di cui al modello AA7/10).

La liquidazione si esaurisce con la cancellazione della società dal registro delle Imprese, che decreta la sua estinzione ai sensi dell’art. 2495 del codice civile.

La società dovrà inoltre dare comunicazione della cessazione all’agenzia delle entrate e dovrà depositare i libri, ai sensi dell’art. 2496 del codice civile, presso il registro delle imprese che dovrà conservarli per 10 anni (è comunque opportuno verificare presso la camera di commercio competente se ha attivato il servizio di conservazione e quali sono le specifiche procedure previste).

Il bilancio finale di liquidazione

Una volta terminate tutte le operazioni della procedura liquidatoria dell’azienda, l’organo incaricato addiverrà alla compilazione del cosiddetto bilancio finale che assolve, nello specifico, a una funzione di rendicontazione di sintesi, e perciò fornisce informazioni sugli esiti complessivi e sui risultati raggiunti dall’attività svolta dai liquidatori.

Il bilancio finale di liquidazione è disciplinato civilisticamente dall’art. 2492 del codice civile, e rappresenta la fase conclusiva della procedura in cui si concretizza la liquidazione.

Il bilancio finale di liquidazione viene idealmente suddiviso in due parti che pur essendo tra loro intimamente connesse conservano una distinta soggettività e funzionalità:

  • il bilancio finale in senso stretto;
  • il piano o prospetto di riparto.

I due documenti sono volti a relazionare – essenzialmente, ma non esclusivamente – ai soci i risultati economici, finanziari e patrimoniali delle operazioni di liquidazione, e concludono con la proposta di suddividere tra i soci medesimi quanto eventualmente residui quale saldo attivo, dopo aver assolto ogni obbligo e sanato ogni debito esistente.

Con riferimento alle modalità di redazione del bilancio finale, nulla è stato predefinito dal legislatore.

Pertanto, ci si chiede se il bilancio finale di liquidazione si compone solo dello stato patrimoniale, oppure di quest’ultimo e del conto economico.

Inoltre, riguardo all’arco temporale di riferimento, ci si chiede se bisogna fare riferimento all’intero periodo (di solito pluriennale) della liquidazione, ovvero soltanto al periodo successivo all’approvazione dell’ultimo bilancio intermedio di liquidazione.

Rispetto alla questione posta per prima, è innegabile come tale rendiconto assolva a una funzione di rendicontazione di sintesi e, perciò, informa sugli esiti complessivi e sui risultati raggiunti dall’intera procedura.

Il principio contabile OIC5 chiarisce che trattandosi di vero e proprio bilancio, il bilancio finale di liquidazione deve comporsi di stato patrimoniale, conto economico e nota integrativa, trovando applicazione gli schemi di cui agli artt. 2424 e 2425 del codice civile, il tutto, ovviamente, con i necessari adattamenti e le opportune semplificazioni, inevitabili alla luce dello stato in cui versa la società.

Per quanto riguarda il conto economico, le voci che convergono afferiscono a componenti positivi e negativi di reddito formatisi nel corso dell’ultima frazione di esercizio, prima della chiusura, ovvero – in presenza di procedure più lunghe – dalla chiusura dell’ultimo bilancio intermedio di liquidazione alla data di completamento delle attività dissolutorie.

In ogni caso, l’OIC5 raccomanda di integrare tale prospetto altresì di un conto economico sintetico riepilogativo della complessiva gestione liquidatoria.

Con riguardo allo stato patrimoniale, all’opposto, l’elemento positivo che emerge corrisponde solitamente al danaro (a fronte del patrimonio netto di liquidazione, iscritto al passivo) supposto che, al termine della procedura, tutte le poste attive sono state realizzate e quelle passive estinte.

Tuttavia, sovente la realtà può evocare fattispecie singolari o più complesse.

Per esempio, può verificarsi che nella sezione delle fonti residuino dei debiti tributari ancora da pagare dopo la liquidazione o addirittura dipendenti da essa.

Sul piano fattuale, pertanto, l’insorgenza del debito tributario imporrà ai liquidatori la necessità di appostare, in contropartita nell’attivo dello stato patrimoniale, un deposito vincolato al soddisfacimento dell’esposizione verso l’erario.

All’opposto, potrebbe palesarsi la nascita di un credito della società nei confronti dello Stato, da iscrivere ovviamente nell’attivo dello stato patrimoniale.

In simile circostanza la prassi ha declinato tre soluzioni alternative circa il decorso da assegnare a tale voce:

  • la cessione del credito a favore di terzi, come contemplato dal D.M. n. 384/1997;
  • l’assegnazione delle somme ai soci, al momento della riscossione, al netto degli oneri connessi alla riscossione, purché sia inserita specifica previsione nel relativo piano di riparto;
  • l’attesa del rimborso da parte dei liquidatori.

Altra evenienza che può presentarsi, infine, concerne quella in cui le risorse da destinare ai soci siano espresse in natura anziché in danaro, in ragione di apposita previsione statutaria ovvero di specifica delibera assembleare.

In tal caso, i beni individuati dovranno essere stimati al valore di mercato, onde avere contezza del quantum assegnato ai singoli soci.

Per quanto attiene all’arco temporale di riferimento, invece, è intuibile come il bilancio finale, in via generale, debba riflettere il periodo che va dall’epoca dell’ultimo bilancio intermedio di liquidazione al completamento delle attività liquidatorie, sebbene limitatamente al conto economico si raccomanda di affiancare un ulteriore prospetto, riepilogativo dei risultati afferenti all’intera procedura.

È dunque fondamentale che i liquidatori redigano l’inventario (o bilancio) iniziale di liquidazione, costituendo esso la situazione patrimoniale di apertura, da cui prenderà le mosse l’intera procedura: il bilancio iniziale consta soltanto di una situazione patrimoniale, priva del conto economico.

A far data dall’avvio della procedura, i criteri di valutazione da adottare nella stima delle attività e passività patrimoniali non possono che discendere dalla mutata destinazione impressa al patrimonio sociale e, quindi, divergere da quelli caratterizzanti l’ordinario funzionamento dell’attività d’impresa.

Nello specifico, per le attività patrimoniali si rinvia al presumibile valore di realizzo, mentre per le passività si fa riferimento al valore di presumibile estinzione.

Il cambiamento della logica valutativa può determinare numerosi scostamenti che devono essere iscritti negli appositi conti di rettifica.

La cancellazione della società

L’art. 2495 del codice civile impone ai liquidatori, una volta approvato il bilancio finale di liquidazione, di chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese.

Quello tratteggiato nella norma è un procedimento scandito da differenti fasi, la prima delle quali consiste nell’approvazione del bilancio finale di liquidazione ai sensi dell’art. 2493 del codice civile.

Tale approvazione, diversamente da quanto ordinariamente previsto per il bilancio d’esercizio, non avviene tramite intervento dell’assemblea dei soci con decisione a maggioranza, ma tramite un metodo di tipo presuntivo.

La cosiddetta approvazione tacita è infatti normativamente definita dal primo comma dell’art. 2493 del codice civile, per il quale «decorso il termine di novanta giorni senza che siano stati proposti reclami, il bilancio finale di liquidazione s’intende approvato».

Esiste la possibilità di un’approvazione espressa dello stesso bilancio finale di liquidazione, anch’essa prevista dall’art. 2493, comma 2, del codice civile, per il quale «indipendentemente dalla decorrenza del termine, la quietanza, rilasciata senza riserve all’atto del pagamento dell’ultima quota di riparto, importa approvazione del bilancio».

Dunque, si ha approvazione espressa quando tutti i soci, all’atto del pagamento delle quote di riparto del residuo attivo netto, rilascino al liquidatore quietanza liberatoria.

V’è ragione di ritenere ammissibile l’approvazione del bilancio finale di liquidazione e del piano di riparto anche da parte dell’assemblea dei soci in forma totalitaria, sempre che la delibera relativa venga assunta con l’unanimità dei voti.

In questo caso, infatti, l’assemblea dei soci non opererebbe, come ordinariamente accade, quale organo collegiale che assume le proprie delibere a maggioranza, bensì quale rappresentante di ciascun socio che deve esprimere il proprio parere favorevole, onde poter pervenire all’approvazione del bilancio finale di liquidazione.

Dopo la regolare approvazione del bilancio finale di liquidazione, tacita o espressa, i liquidatori devono presentare istanza di cancellazione della società all’ufficio del registro delle imprese presso la camera di commercio territorialmente competente, in base alla sede della società da cancellare.

Le sopravvenienze attive o passive successive alla liquidazione

Si pone la questione delle cosiddette sopravvenienze attive o passive rispetto alla cancellazione della società e del ruolo assunto dal conservatore del registro.

Rispetto alla casistica più frequente, che è quella per cui nel bilancio finale di liquidazione persistano (ovvero non siano iscritte, pur essendosi manifestate) al momento della cancellazione situazioni debitorie non estinte, la giurisprudenza di merito si è espressa recentemente in varie occasioni, ancorché con esiti differenti.

Occorre dedicare maggiore attenzione a tali problematiche soffermandosi sul percorso seguito dall’interpretazione giurisprudenziale offerta dalla suprema corte che si è allineata alla scelta effettuata dal legislatore della riforma del diritto societario.

L’orientamento della giurisprudenza prevalente in merito alla coincidenza o meno tra cancellazione dal registro imprese ed estinzione di una società, è radicalmente mutato nel tempo.

Il punto di non ritorno è stato rappresentato dall’entrata in vigore della riforma del diritto societario, che ha inciso decisamente sul testo del codice civile trasformandolo sensibilmente.

La suprema corte ha dato seguito alle indicazioni del legislatore attuandone i precetti nell’ambito di tre recenti sentenze emesse a sezioni unite (Cass,, 22 febbraio 2010, nn. 4060, 4061 e 4062).

Tali pronunce, nell’affermare che con la cancellazione dal registro imprese si verifica a pieno titolo l’estinzione dell’ente, e ciò indipendentemente dalla sussistenza o meno di creditori insoddisfatti, hanno ulteriormente statuito la retroattività dell’efficacia della disposizione alle cancellazioni avvenute in data anteriore al 1° gennaio 2004.

Alla luce delle previsioni di cui all’art. 2495 del codice civile, si ritiene che l’azione di rivalsa da parte di creditori insoddisfatti, privati o pubblici (qual è l’amministrazione finanziaria), possa rivolgersi unicamente nei confronti dei soci ed eventualmente dei liquidatori, sia pure con diversi limiti e a diverse condizioni.

Dalle azioni di recupero poste in essere dai creditori insoddisfatti, ivi compreso il fisco, sono escluse le società, una volta che le stesse siano state cancellate dal registro imprese, con la conseguente contestuale estinzione e perdita della soggettività giuridica.

Va precisato che il credito erariale, deve essere esistente alla data di estinzione, vale a dire maturato alla data di estinzione della società, a prescindere dal fatto che la materiale manifestazione della pretesa (attraverso la notifica ai soci o al liquidatore di un avviso di accertamento o di un processo verbale di constatazione) avvenga in un momento successivo, sia pure nel termine di decadenza dell’azione accertatrice ordinariamente statuita entro il termine del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione dei redditi.

StudioDDG - Innovazioni
L’innovazione ai tempi del Coronavirus: lavastoviglie a raggi ultravioletti

La diffusione virus SARS-CoV-2 mette in pericolo la salute delle persone e ha pesanti ricadute sul sistema economico globale.

Ogni impennata del numero dei contagi impone l’adozione di misure che inevitabilmente comprimono i consumi e la produzione, e quindi anche la logistica e i servizi.

S’attende l’avvento di un vaccino, ma la storia purtroppo insegna che le pandemie tendono a persistere a lungo prima di essere debellate.

Certo, la medicina ha compiuto passi da gigante rispetto al passato, ma ciò nonostante si prospettano tempi non brevi per uscire dall’emergenza.

Solo maturando questa consapevolezza si può aspirare a una concreta ripresa economica.

Le grandi crisi possono offrire nuove possibilità di crescita, ma bisogna innovare.

Cos’è l’innovazione

L’innovazione è la realizzazione di un “prodotto” nuovo o significativamente migliorato.

Con la parola “prodotto” s’intendono, in senso lato, beni, servizi, processi, metodi di marketing, metodi organizzativi, luoghi di lavoro oppure sistemi di relazioni esterne.

Innovazione e invenzione non sono sinonimi: l’invenzione, a differenza dell’innovazione, non comporta necessariamente l’introduzione sul mercato di un nuovo “prodotto”.

Scopo dell’innovazione è rendere il “prodotto” aderente alle esigenze di chi lo utilizza; scopo di ogni piccola o grande attività economica è venderlo.

L’emergenza sanitaria ha posto in cima alla scala delle priorità la tutela della salute delle persone.

Di conseguenza, innovare oggi vuol dire realizzare un “prodotto” che sia in grado di tutelare la salute di chi lo utilizza.

In questa rubrica entriamo nel dettaglio delle «Innovazioni» che possono aprire nuove prospettive di crescita e di sviluppo.

Abbiamo il dovere di premettere che non siamo specialisti delle specifiche discipline scientifiche e tecniche, dato che il nostro campo di interesse è costituito dalle sole scienze economiche.

Per questo motivo, consideriamo le innovazioni esclusivamente in relazione alla loro dimensione economica e ai possibili sviluppi del mercato.

Raggi ultravioletti di tipo C contro il Coronavirus

Il Ministero della Salute, richiamando il Rapporto ISS COVID-19 n. 25/2020 – Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza COVID-19, ha chiarito che su superfici, ambienti interni e abbigliamento, la radiazione UV-C ha la capacità di modificare il DNA o l’RNA dei microorganismi, impedendo loro di riprodursi e, quindi, di essere dannosi.

Per tale motivo viene utilizzata in diverse applicazioni, quali la disinfezione di alimenti, acqua e aria.

Va tuttavia segnalato il caso di talune lampade UV, in vendita su canali on line, che vantano poteri sterilizzanti nei confronti di virus e batteri, ma non emettono raggi UV-C e risultano, quindi, inefficaci; altre lampade emanano dosi di raggi UV-A, UV-B, UV-C non conformi alle norme europee e, quindi, sono potenzialmente nocive per la salute.

L’allerta giunge dal rapporto RAPEX del 10 luglio 2020 (Sistema comunitario di informazione rapida sui prodotti non alimentari) e riguarda diversi prodotti commercializzati on line ai quali viene attribuito un livello di allerta e rischio serio.

Secondo il rapporto diversi prodotti esaminati non emettono radiazioni UV-C.

Di conseguenza, potrebbero non uccidere batteri o virus che, quindi, potrebbero raggiungere l’utente aumentando il rischio di infezione.

Il rapporto evidenzia, anche, rischi per la salute dovuti a dosaggi di raggi UV-A, UV-B, UV-C non conformi alla norma europea UN62471.

Questo espone un utente che si trovi nelle immediate vicinanze del prodotto a una dose non sicura di radiazioni UV agli occhi o alla pelle, aumentando il rischio di gravi lesioni o cancro.

Oltre ad essere inefficaci contro il coronavirus e a presentare rischi per la salute, i prodotti segnalati, vantando attività sterilizzante nei confronti di virus e batteri, possono indurre nelle persone che li utilizzano un falso senso di sicurezza, potenzialmente pericoloso.

Una lavastoviglie a raggi UV-C (a norma di legge) contro il Coronavirus

Fatte tutte le doverose premesse in ordine alla reale efficacia dei raggi ultravioletti contro il COVID-19, e richiamati tutti i chiarimenti forniti dal Ministero della Salute sull’argomento e sulle sue implicazioni, troviamo molto interessanti le prospettive date dallo sviluppo di lavastoviglie che siano dotate di un sistema di sterilizzazione a raggi UV-C.

Si tratta di un prodotto indubbiamente innovativo che potrebbe contribuire non poco a contenere la diffusione del Coronavirus, specie nel settore della somministrazione di alimenti e bevande e in quello della ristorazione, con evidenti ricadute favorevoli per le aziende produttrici, per le aziende utilizzatrici e, in definitiva, per i consumatori finali.

Molti produttori stanno lavorando a questa innovazione e sui siti web di e-commerce stanno già comparendo i primi modelli in vendita.

Ancora una volta invitiamo a prestare attenzione alle informazioni date dal Ministero della Salute e ad accertare l’efficacia e l’innocuità di questi prodotti.

Ciò nonostante, riteniamo che questa innovazione possa spalancare le porte a una ripresa economica e a nuovo sviluppo di molti mercati.

Le possibili evoluzioni

Lo sviluppo della tecnologia a raggi UV-C, accertata la sua efficacia e adottate tutte le precauzioni necessarie per garantirne l’innocuità per l’individuo, potrebbe trovare applicazione anche in altri ambiti commerciali, con evidenti ulteriori ricadute favorevoli a lungo termine.

Si pensi, per esempio, alla possibilità di sterilizzare rapidamente, a basso costo e senza usura gli indumenti di un negozio di abbigliamento dopo essere stati indossati per misurarli.

Si pensi, più in generale, a tutti quei prodotti che attualmente i clienti diffidano dall’acquistare per il timore che siano contaminati.

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Come evitare errori di valutazione in tempo di Coronavirus

In tempo di Coronavirus stiamo assistendo a una sovrapposizione di informazioni, spesso divergenti tra esse, che stanno ingenerando confusione e stanno gettando nello sconforto le persone.

Di tutto questo ne risente inevitabilmente l’intero sistema economico, che stenta a trovare le soluzioni più utili per fronteggiare la situazione.

Per questo motivo, abbiamo deciso di realizzare questo breve e simpatico videotutorial, con lo scopo di offrire un metodo corretto per giudicare la qualità delle informazioni e valutare con maggiore consapevolezza le azioni da intraprendere.

Quindi, lasciamo parlare il nostro esperto e ci diamo appuntamento al prossimo post.

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Come registrarsi tra gli esercenti di 18app

18app è un’applicazione web, raggiungibile su www.18app.italia.it, che permette di gestire il Bonus Cultura di € 500,00 riservato a tutti i residenti in Italia (in possesso, ove previsto, di permesso di soggiorno in corso di validità) che hanno compiuto i diciotto anni di età nell’anno 2019.

È realizzata per:

  • consentire agli esercenti di registrarsi al servizio ed offrire la vendita dei beni previsti dalla normativa ai diciottenni
  • consentire ai diciottenni di generare i buoni per l’acquisto dei beni offerti dagli esercenti registrati al servizio

I ragazzi hanno tempo fino al 31 agosto 2020 per registrarsi all’iniziativa, e fino al 28 febbraio 2021 per spendere il bonus.

Nei prossimi capitoli di questa guida ti forniremo tutte le informazioni utili sull’argomento, e spiegheremo nel dettaglio come fare per registrarsi tra gli esercenti di 18app.

Come accedere all’applicazione 18app

Con le credenziali di accreditamento ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate del proprio rappresentante legale o di un soggetto delegato a operare per suo conto in Fisconline o Entratel (con codice fiscale/password/codice PIN in caso di Fisconline – con nome utente/password/codice PIN in caso di Entratel).

Quali dati bisogna fornire per registrarsi a 18app

La registrazione a 18app richiede le seguenti informazioni, in aggiunta ai dati anagrafici restituiti automaticamente dal sistema sulla base delle informazioni dell’archivio anagrafico:

  • recapiti telefonici
  • indirizzo di posta elettronica
  • eventuale sito web
  • scelta della tipologia di esercizio (fisico, online o misto)
  • elenco degli esercizi commerciali (in caso di tipologia di esercizio fisico)
  • elenco di ambiti/beni da rendere disponibili ai beneficiari

Per essere geo-localizzato dal diciottenne, in sede di registrazione al servizio 18app puoi inserire i tuoi punti negozio con i relativi dati di riferimento (provincia, comune ed indirizzo) corredati di recapiti telefonici, sito Internet e indirizzo di posta elettronica.

Nel caso di più negozi per la stessa azienda, per la geo-localizzazione di tutti i punti negozio da parte dei diciottenni occorre inserire nell’applicazione i dati dei singoli esercizi commerciali.

Come fare campagna pubblicitaria

Più l’iniziativa sarà resa visibile migliore sarà il servizio e i risultati raggiunti a favore dei diciottenni e degli esercenti.

Scarica il kit all’indirizzo https://www.18app.italia.it/kitesercente/kitesercente.zip.

Lo zip contiene la locandina in formato PDF pronta da stampare per l’affissione e in formato EPS per l’utilizzo editoriale.

Stampa a colori delle locandine su foglio bianco formato A4, posizionando la locandina rivolta verso l’esterno del negozio.

Se hai un negozio online o un sito puoi inserire un banner semplicemente caricando questo codice:

<script type="text/javascript">
var agidBannerSize = "S";
var agidBannerLanguage = "IT";
var agidBannerCorner = "R"
</script>
<script type="text/javascript" src="18app-banner/18app-banner.js"></script>

Puoi personalizzare il banner, modificando come segue i parametri del codice:

  • Grandezza del banner
    • agidBannerSize = “S” (crea un banner da 150px)
    • agidBannerSize = “M” (crea un banner da 200px)
    • agidBannerSize = “L” (crea un banner da 250px)
    • agidBannerSize = “F” (crea un banner di dimensioni pari al 100% dello spazio disponibile)
  • Lingua:
    • agidBannerLanguage =”IT” (per ora è disponibile solo in lingua italiana)
  • Bordi del banner:
    • agidBannerCorner = “R” (crea bordi arrotondati)
    • agidBannerCorner = “P” (crea bordi squadrati)

Cosa si può vendere con 18app

Se aderisci all’iniziativa 18app puoi vendere esclusivamente beni riconducibili ai seguenti ambiti:

  • Cinema (abbonamento card/biglietto d’ingresso)
  • Concerti (abbonamento card/biglietto d’ingresso)
  • Eventi culturali (biglietto d’ingresso a festival, fiere culturali, circhi)
  • Libri (audiolibro, ebook, libro)
  • Musei, monumenti e parchi (abbonamento card/biglietto d’ingresso)
  • Teatro e danza (abbonamento card/biglietto d’ingresso)
  • Musica registrata (cd, dvd musicali, dischi in vinile, musica on line)
  • Corsi di musica, di teatro o di lingua straniera

I libri, compresi i libri scolastici, rientrano tra i beni ammessi ai sensi della normativa.

Le riviste, anche se a carattere culturale, non rientrano tra i beni ammessi ai sensi della normativa.

La vendita di dvd musicali e cd è ammessa.

I dvd cinematografici non rientrano tra i beni ammessi ai sensi della normativa.

Gli strumenti musicali non rientrano tra i beni ammessi ai sensi della normativa.

Come verificare che chi presenta il buono ne sia effettivamente l’intestatario

L’esercente deve verificare l’identità del beneficiario tramite il confronto del nome e cognome presenti nel buono d’acquisto e i riferimenti del documento d’identità esibito dal diciottenne.

I beni sono vendibili solamente ai diciottenni intestatari del buono.

I buoni, una volta validati dall’esercente, non possono più essere annullati e riaccreditati.

Nel caso di cambi o resi di prodotti acquistati con il bonus, sarà l’esercente stesso a regolare i rapporti con il cliente, fermo restando che all’utilizzatore non potrà essergli restituito denaro o consentito l’acquisto di beni differenti da quelli previsti dalla normativa della “carta elettronica” ai diciottenni.

Se nel momento dell’acquisto effettui uno sconto a un ragazzo che presenta un buono di importo superiore, non è consentito restituire denaro: il ragazzo dovrà generare un nuovo buono attraverso la piattaforma 18app.

Un cliente non può generare un buono per l’acquisto di più di un ingresso a uno stesso spettacolo (teatrale, cinematografico, eccetera) in modo da entrare con altri amici/parenti: può acquistare solo una singola unità di un determinato bene o servizio.

Come vengono validati i buoni

Puoi validare i buoni esibiti dai diciottenni in due modalità differenti a seconda della tipologia del tuo negozio:

  • in caso di esercizio fisico, l’applicazione 18app nell’area non autenticata ti consente di validare il singolo buono tramite l’indicazione del codice di riferimento (anche tramite lettura ottica del codice a barre o del QR) e del codice esercente assegnato una-tantum in fase di registrazione al servizio
  • in caso di esercizio online o misto, dal tuo sito verrà richiamato un servizio web che ti consentirà di validare il buono nei modi indicati nel punto precedente.

Nel caso di esercizio fisico, in fase di registrazione è possibile scegliere di utilizzare le API del servizio web di validazione nei propri sistemi informatici.

In entrambi i casi, puoi verificare i dati di riferimento del buono (codice, ambito e bene, importo, cognome e nome del beneficiario) e validare l’acquisto.

L’esercente che desidera partecipare a questa iniziativa deve avere una connessione Internet e un dispositivo (PC, tablet o smartphone) all’interno del negozio.

La web-app esercenti funziona con qualsiasi sistema operativo

È sufficiente una connessione a Internet e tramite il tuo computer o tablet potrai accedere al sistema.

Potresti entrare in 18app anche attraverso il tuo smartphone, ma il sistema non è ancora ottimizzato per quel formato, per cui ti consigliamo di utilizzare i dispositivi comodi per la visualizzazione.

Come avviene la fatturazione

Per il pagamento dei buoni autorizzati devi emettere fattura elettronica utilizzando il Sistema di Interscambio (SDI) e secondo il tracciato stabilito per la fatturazione elettronica verso la pubblica amministrazione (“Schema del file xml FatturaPA” reperibile nel sito www.fatturapa.gov.it, sezione Norme e regole, Documentazione FatturaPA).

La fattura dovrà essere inviata direttamente o tramite un intermediario secondo le modalità riportate all’indirizzo http://www.fatturapa.gov.it/export/fatturazione/it/c-13.htm.

L’applicazione 18app fornirà una lista dei buoni autorizzati (con l’evidenza del codice di riferimento) che potranno essere oggetto di fatturazione.

Oltre agli elementi essenziali previsti dalla normativa vigente, è necessario indicare:

  • ID del soggetto convenzionato e registrato in 18app
  • Ogni singolo codice del buono, accettato e oggetto di fatturazione con relativo importo
  • Codice IBAN di un c/c intestato all’esercente stesso sul quale ricevere il pagamento

Ti consigliamo di verificare attentamente il “Codice Ufficio” prima dell’invio della fattura nel Sistema di Interscambio e di inserire nella fattura un numero di telefono e un indirizzo mail sul quale essere contattato per la risoluzione di eventuali problematiche.

Se non hai mai emesso fatture elettroniche, puoi comunque aderire all’iniziativa.

Per l’emissione della fattura elettronica puoi provvedere direttamente seguendo le istruzioni riportate nel sito www.fatturapa.gov.it o avvalendoti di un intermediario.

Per utilizzare la piattaforma fatturapa ai fini dell’invio della fattura elettronica devi svolgere le operazioni riportate nel all’indirizzo http://www.fatturapa.gov.it/export/fatturazione/it/c-1.htm.

In caso di fattura non accettata dal Sistema di Interscambio, riceverai un messaggio di rifiuto nel quale sarà indicata la motivazione al fine di procedere alle necessarie modifiche/integrazioni e riemettere una fattura corretta.

Per controllare lo stato di avanzamento della fattura è stata predisposta una web app all’indirizzo internet http://18app.consap.it attraverso la quale sarà possibile verificare lo stato di avanzamento della fattura così distinto:

  • Accettata: fattura correttamente importata nel sistema, già liquidata o prossima alla liquidazione
  • In elaborazione: fattura pervenuta e in fase di controllo
  • Rifiutata: fattura scartata a causa di uno o più errori bloccanti

In caso di fattura rifiutata sarà possibile consultare l’elenco degli errori riscontrati.

La fattura, previa correzione, dovrà essere riemessa.

Il pagamento della fattura avviene attraverso bonifico bancario sul c/c il cui IBAN è indicato in fattura.

A tale proposito si evidenzia la necessità di verificare sempre con estrema attenzione il corretto inserimento del codice IBAN nonché di controllare, soprattutto in caso di fusioni bancarie, che non siano intervenute eventuali variazioni o aggiornamenti che potrebbero causare storni e/o ritardi nelle liquidazioni.

A pagamento effettuato verrà inviata una e-mail automatica di notifica di avvenuto accredito all’indirizzo mail indicato nella sezione “Contatti” all’interno della fattura elettronica.

La fattura emessa non produce reddito e non rientra nel volume d’affari, pertanto non dà luogo ad imposte da versare.

Tali effetti (fiscali) continueranno ad essere prodotti dal documento fiscale (biglietto, scontrino, ricevuta) che deve essere cocumque emesso dall’esercente, con i consueti tempi e modalità, oltre alla fattura elettronica.

La fattura emessa nei confronti della Pubblica Amministrazione non è imponibile ai fini IVA in quanto è emessa per regolare la movimentazione finanziaria e, quindi, per un’operazione al di fuori del campo di applicazione dell’IVA ai sensi dell’art. 2, terzo comma, del DPR 633/72.

Si ritiene che la fattura, pur se diretta a documentare un’operazione esclusa da IVA, in quanto (fra l’altro) caratterizzata da numerazione progressiva apposta in continuità rispetto alle fatture precedenti e successive, debba essere registrata contabilmente; rimane ovviamente ferma la sua irrilevanza agli effetti delle imposte sui redditi e del volume d’affari.

Gli adempimenti fiscali dell’esercente continuano ad essere gli stessi.

L’emissione della fattura non genera ricavo in capo all’esercente, ma solo un credito nei confronti della Pubblica Amministrazione e attiene esclusivamente al profilo finanziario.

Per l’esercente il ricavo è generato dall’operazione posta in essere con il cliente, documentato dal biglietto, scontrino o ricevuta messi dall’esercente medesimo secondo le consuete modalità e tempistica.

I beni venduti grazie a questa iniziativa concorrono regolarmente alla formazione del reddito imponibile.

Se non ricevi il rimborso dopo aver generato e inviato le fatture elettroniche devi contattare CONSAP ai seguenti recapiti dedicati all’iniziativa:

  • telefono: 06-85796338
  • email: 18app@consap.it

Non è previsto un tetto massimo per la fatturazione.

Nel caso in cui le vendite che effettui avvengono tramite intermediari (TicketOne, Viagogo, eccetera), l’intermediario si deve registrare in 18app e quindi provvedere all’accettazione del buono di spesa.

Di conseguenza, provvederà alla relativa fatturazione fuori dal campo di applicazione dell’IVA per regolare la sola movimentazione finanziaria.

I rapporti tra l’intermediario e il soggetto intermediato non subiscono modifiche sotto il profilo amministrativo, contabile e fiscale.

Gli esercenti che hanno più di un buono per il quale chiedere rimborso possono inviare una fattura cumulativa che consenta il rimborso di più buoni.

In caso di problemi nella predisposizione della fattura puoi contattare CONSAP ai recapiti indicati sopra.

Nota bene

Al fine di garantire il corretto uso del Bonus e tutelare esercenti e beneficiari, per i buoni validati a partire dal 5 marzo per i nati nel 2001, è previsto l’obbligo di integrare la fattura elettronica con la compilazione del c.d. “registro vendite”.

Consulta le nuove “Linee guida fatturazione e registro vendite” all’indirizzo https://www.18app.italia.it/static/Linee%20Guida%20Fatturazione%20e%20registro%20vendite.pdf.

Se sei un esercente già iscritto, ricorda che vale la registrazione già effettuata per le precedenti edizioni e che la prosecuzione delle attività equivale ad accettazione delle “Condizioni d’uso” disponibili dal 5 marzo sul sito https://www.18app.it.

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Come richiedere e ottenere il bonus cultura

Sei nato nel 2001?

Per te ci sono € 500,00 da spendere in buoni per cinema, musica e concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti e parchi, teatro e danza, corsi di musica, di teatro o di lingua straniera, prodotti dell’editoria audiovisiva.

Sei un esercente?

Scopri qui come puoi registrarti tra gli esercenti di 18app.

Hai tempo fino al 31 agosto 2020 per registrarti a 18app.

Hai tempo fino al 28 febbraio 2021 per spendere il tuo Bonus Cultura.

Il bonus cultura è un’iniziativa dedicata a promuovere la cultura fra i giovani.

In particolare, il programma, destinato a chi ha compiuto 18 anni nel 2019, permette di ottenere € 500,00 da spendere in cinema, musica e concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti e parchi, teatro e danza, prodotti dell’editoria audiovisiva, corsi di musica, di teatro o di lingua straniera.

I ragazzi hanno tempo fino al 31 agosto 2020 per registrarsi all’iniziativa, e fino al 28 febbraio 2021 per spendere il bonus.

Nei prossimi capitoli di questa guida ti forniremo tutte le informazioni utili sull’argomento, e spiegheremo nel dettaglio come fare per richiedere e ottenere Bonus Cultura, e accedere a 18app.

Cosa è 18app

18app è un’applicazione web, raggiungibile su www.18app.italia.it, che permette di gestire il Bonus Cultura di € 500,00 riservato a tutti i residenti in Italia (in possesso, ove previsto, di permesso di soggiorno in corso di validità) che hanno compiuto i diciotto anni di età nell’anno 2019.

È realizzata per:

  • consentire agli esercenti di registrarsi al servizio ed offrire la vendita dei beni previsti dalla normativa ai diciottenni
  • consentire ai diciottenni di generare i buoni per l’acquisto dei beni offerti dagli esercenti registrati al servizio

Dove puoi spendere il bonus cultura

Su 18app puoi conoscere facilmente quali sono gli esercenti fisici e online che aderiscono all’iniziativa.

Cosa è SPID

Per accedere e utilizzare 18app devi avere SPID.

SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, è la soluzione che ti permette di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione e dei soggetti privati aderenti con un’unica Identità Digitale (username e password) utilizzabile da computer, tablet e smartphone.

Come richiedere SPID

Per ottenere le tue credenziali SPID devi rivolgerti ad uno degli Identity Provider a tua scelta (Aruba, InfoCert, intesa, lepida, Namirial, Poste, Sielte, SpitItalia, TIM).

In base al soggetto che scegli, puoi avviare la procedura di identificazione scegliendo tra diverse modalità quella per te più semplice (riconoscimento di persona, riconoscimento da remoto, riconoscimento tramite Carta di Identià Elettronica o Carta Nazionale dei Servizi, riconoscimento tramite firma digitale).

Vai su https://spid.gov.it/, dove troverai tutte le informazioni, e avvia la procedura di registrazione.

Sarai guidato dalle indicazioni che ti verranno fornite man mano durante la registrazione.

Controlli e sanzioni

Il MIBACT (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) vigila sul corretto funzionamento del Bonus Cultura e può provvedere, in caso di eventuali usi difformi o di violazioni delle norme, alla disattivazione del Bonus di uno dei beneficiari o alla cancellazione dall’elenco di una struttura, di un’impresa o di un esercizio commerciale ammessi, fatte salve le ulteriori sanzioni previste dalla normativa vigente.

Come richiedere e ottenere il PIN dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle Entrate offre ai contribuenti (persone fisiche, società, enti e associazioni, e cittadini italiani residenti all’estero) una serie di servizi fiscali utilissimi.

Sul sito dell’Agenzia delle Entrate è possibile dichiarare, versare, registrare, consultare e calcolare, risparmiando tempo ed evitando code in ufficio.

Nei prossimi capitoli di questa guida ti forniremo tutte le informazioni utili sull’argomento, e spiegheremo nel dettaglio come fare per richiedere e ottenere il PIN dell’Agenzia delle Entrate, e accedere ai sevizi Fisconline.

Due distinti canali di accesso per due distinte categorie di soggetti

Entratel è il canale telematico riservato a:

  • intermediari (fra i quali i dottori commercialisti)
  • Pubbliche Amministrazioni
  • contribuenti, società ed enti che devono presentare la dichiarazione dei sostituti d’imposta (mod. 770 semplificato) per più di 20 soggetti

Fisconline è il canale telematico riservato a:

  • tutti i contribuenti persone fisiche (compresi i cittadini italiani residenti all’estero) che non hanno i requisiti per essere abilitati a Entratel
  • società ed enti che presentano la dichiarazione dei sostituti d’imposta (mod. 770 semplificato) per un numero massimo di 20 soggetti

In questa guida spiegheremo come fare per richiedere e ottenere il PIN per accedere ai sevizi Fisconline.

Cosa si può fare con il codice PIN

I contribuenti in possesso del codice PIN (Personal Identification Number, cioè numero di identificazione personale) possono accedere ai servizi fiscali dell’Agenzia delle Entrate, utilizzando il canale loro dedicato fra i due (Entratel e Fisconline) che abbiamo appena descritto, e dunque possono:

  • accedere alla “dichiarazione precompilata”
  • pagare imposte, tasse e contributi
  • inviare la dichiarazione dei redditi e altri documenti
  • registrare un contratto di locazione
  • verificare la cancellazione dell’ipoteca sul proprio immobile
  • accedere al Cassetto fiscale
  • comunicare le coordinate del proprio conto (bancario o postale) per l’accredito dei rimborsi
  • ricevere assistenza sulle comunicazioni di irregolarità e cartelle di pagamento (Civis)

Cosa c’è nel Cassetto fiscale

I contribuenti in possesso del PIN dell’Agenzia delle Entrate possono, fra l’altro, accedere al Cassetto fiscale e consultare:

  • le dichiarazioni fiscali presentate
  • i dati catastali dei propri immobili
  • i versamenti che effettuati con i modelli F23 ed F24
  • gli atti registrati
  • i dati dei rimborsi
  • le informazioni e i dati relativi agli studi di settore.

Tre modi per richiedere e ottenere il codice PIN per accedere a Fisconline

1 – Richiedere il PIN online

Accedi alla pagina di registrazione ai servizi telematici (https://telematici.agenziaentrate.gov.it/Abilitazione/richiestaPin.jsp).

In base alla voce che ti riguarda, ti verranno richiesti alcuni dati personali, quindi procurateli prima di iniziare la registrazione:

  • Persone fisiche
    • Codice fiscale
    • Ultimo modello di dichiarazione presentata
      • Nessuno (compreso CUD)
      • 730
      • Redditi persone fisiche
    • Modalità con cui è stata presentata l’ultima dichiarazione
      • Sostituto/Intermediario
      • Poste
      • Servizi telematici
      • Ufficio Agenzia Entrate
    • Reddito complessivo (senza decimali e senza punti
  • Società, Enti e Associazioni (in tal caso, il legale rappresentante, persona fisica, deve già risultare registrato a Fisconline o Entratel; in caso contrario deve prima provvedere a presentare la propria richiesta di registrazione)
    • Codice fiscale del legale rappresentante, persona fisica già registrata a Fisconline o Entratel
    • Codice PIN già assegnato al legale rappresentante oppure, in alternativa, solo per gli utenti Fisconline, è possibile indicare il numero attribuito alla domanda di abilitazione al servizio presentata dal legale rappresentante

Inseriti i dati richiesti, riceverai subito la prima parte del codice PIN.

La password iniziale e la seconda parte del codice PIN saranno inviate per posta al tuo domicilio.

Se possiedi la Carta Nazionale dei Servizi (CNS), invece, il sistema ti fornirà direttamente il codice PIN completo e la password iniziale.

I cittadini italiani residenti all’estero, devono inviare al Consolato di riferimento, via email o tramite fax, copia della richiesta del codice PIN insieme a quella di un documento di riconoscimento in corso di validità.

Il Consolato provvederà a validare la richiesta.

Se la richiesta è accettata, il Consolato recapiterà al richiedente le prime 4 cifre del codice PIN, la password per il primo accesso all’area riservata dei servizi telematici e le istruzioni per ottenere la seconda parte del codice PIN.

I soggetti temporaneamente non residenti nel territorio dello Stato e non iscritti all’Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero (A.I.R.E.), dopo aver inoltrato, tramite email o fax, copia della richiesta del codice PIN al Consolato di riferimento, vi si dovranno recare personalmente muniti di un documento di riconoscimento in corso di validità.

Il Consolato provvederà a validare la richiesta.

Se la richiesta è accettata, il Consolato consegnerà al richiedente le prime 4 cifre del codice PIN, la password per il primo accesso all’area riservata dei servizi telematici e le istruzioni per ottenere la seconda parte del codice PIN.

Ciò premesso, ai i cittadini italiani residenti all’estero e quelli iscritti all’A.I.R.E. è richiesto di inserire il codice fiscale, il numero di telefono (facoltativo), l’indirizzo, la città, il codice di avviamento postale (facoltativo), e di selezionare il Consolato di riferimento.

Dopodiché, sarà loro richiesto di inserire i dati specificati sopra in riferimento alle persone fisiche.

2 – Richiedere il PIN con l’app per smartphone e tablet

Con l’app AgenziaEntrate per smartphone e tablet, scaricabile gratuitamente dal sito Internet (https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/web/guest/l-app-dell-agenzia) oppure dai principali store, è possibile richiedere e ottenere il codice PIN per accedere a Fisconline, inserendo i dati che abbiamo elencato nel paragrafo precedente.

3 – Richiedere il PIN in ufficio presso la sede provinciale dell’Agenzia delle Entrate

Presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, se richiedi personalmente l’abilitazione, devi presentare un documento di identità per ottienere subito la prima parte del codice PIN, la password iniziale e le istruzioni per prelevare la seconda parte del codice PIN dal sito dell’Agenzia.

Se richiedi l’abilitazione tramite delegato, l’ufficio gli consegnerà la prima parte del codice PIN.

La seconda parte, insieme alla password iniziale, ti sarà inviata per posta al tuo domicilio.

Attenzione

Il codice PIN è strettamente personale, va custodito con cura e non ceduto a terzi.

Gli strumenti di risoluzione delle controversie alternativi alla giurisdizione

LE ALTERNATIVE DISPUTE RESOLUTION (ADR) IN ITALIA

La situazione di crisi della giustizia in Italia impone il potenziamento degli strumenti di risoluzione delle controversie alternativi alla giurisdizione, cioè delle cosiddette Adr (alternative dispute resolutions).

Le Adr sono sperimentate ormai da decenni con successo nei paesi anglosassoni.

I benefici per il cittadino sono molteplici: semplicità delle procedure, minori tempi di risoluzione dei procedimenti, minori costi.

In Italia le Adr stentano a prendere piede per una serie di ragioni.

Innanzitutto, l’art. 24 della Costituzione stabilisce che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, di talché i rimedi non giurisdizionali non possono escludere la possibilità per gli interessati di rivolgersi al giudice ordinario.

Ne consegue che gli strumenti di risoluzione alternativi delle controversie vengono assai spesso visti come un appesantimento procedurale per accedere a un giudice.

Il diritto europeo è invece più flessibile perché ammette in molte materie una perfetta fungibilità tra rimedi giurisdizionali e non giurisdizionali, purché siano garantiti il contraddittorio, l’indipendenza del giudicante, eccetera.

In Italia, tuttavia, persiste un atteggiamento culturale per il quale le Adr sono considerate, spesso a ragion veduta, uno strumento imperfetto rispetto alla possibilità di rivolgersi a un giudice in senso proprio, soprattutto per l’aspettativa data da un processo ordinario che si articola in tre gradi di giudizio: primo grado, appello e cassazione.

In molti altri ordinamenti, invece, l’accesso alla giustizia incontra filtri rigidi.

D’altro canto, scomodare un giudice togato, o anche onorario, e attivare procedure complesse per risolvere controversie bagatellari, è spropositato rispetto alla posta in gioco, ma per ovviare all’intasamento del sistema giudiziario è necessario attivare un sistema adeguato di Adr.

MEDIAZIONE CIVILE E COMMERCIALE

Oltre che tramite accordo tra le parti, che le vincoli a esperire la mediazione, chiunque sia coinvolto in una lite civile o commerciale può avviare un procedimento di mediazione rivolgendosi a un organismo territorialmente competente.

La durata massima per la mediazione è fissata in tre mesi, salvo esigenze delle parti che possono decidere una proroga.

Per le controversie che riguardano alcune ipotesi contemplate dalla legge, prima di adire il giudice occorre esperire la mediazione, e soltanto in caso di esito negativo le parti possono instaurare il processo innanzi all’autorità giudiziaria competente.

Le condizioni di procedibilità della mediazione civile e commerciale sono: condominio, diritti reali, divisioni e successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di azienda, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.

NEGOZIAZIONE ASSISTITA

Se la lite riguarda diritti disponibili, le parti possono stipulare una convenzione di negoziazione assistita con oggetto l’obbligo di cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia tramite l’assistenza dei propri avvocati.

La composizione negoziale amichevole mira a comporre e soddisfare gli interessi delle parti anziché ad affermare i diritti che avrebbero formato oggetto di accertamento in sede giudiziale.

ARBITRO BANCARIO FINANZIARIO (ABF)

L’Abf si articola in Italia su sette collegi (Bari, Bologna, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino), ciascuno dei quali è composto da soggetti rappresentativi delle parti coinvolte.

Può ricorrere all’Abf la persona che abbia all’attivo o abbia avuto in passato un rapporto contrattuale con l’intermediario, oppure abbia solo usufruito di specifici servizi offerti dal resistente.

Non possono ricorrere all’Abf, come parte attiva, tutti quei soggetti che esercitano in maniera professionale attività nei settori bancario, assicurativo, previdenziale e dei servizi di pagamento, a meno che essi agiscano per scopi estranei all’attività professionale.

L’assistenza dell’avvocato è facoltativa.

Il ricorrente può avviare il procedimento solo dopo avere inviato lettera di reclamo alla controparte.

ARBITRO CONTROVERSIE FINANZIARIE (ACF)

L’Acf è un organismo di Consob.

Possono ricorrervi i risparmiatori contro irregolarità nella gestione dei servizi di investimento degli intermediari finanziari e dei gestori dei portali di equity crowdfunding.

Gli intermediari contro cui è esperito il ricorso hanno l’obbligo di partecipare alla procedura.

Alle società e agli enti contumaci si applica una sanzione pecuniaria da 30mila euro a 5milioni di euro, oppure fino al 10% del fatturato laddove l’importo del servizio sia determinabile e superiore a 5milioni di euro.

Per i consulenti finanziari autonomi contumaci la sanzione è da 10mila euro a 5milioni di euro.

GARANTE PER LA PRIVACY

Il Regolamento UE 2016/679, cioè il cosiddetto GDPR, prevede il diritto di reclamo all’Autorità di controllo, con la garanzia di potere successivamente ricorrere anche davanti a un giudice.

Per proporre un reclamo è sufficiente che vi sia un trattamento dei dati che viola il GDPR.

Il rimedio è accessibile solo dalle persone fisiche e ciascuno può proporlo soltanto per le violazioni che lo riguardano.

L’interessato può farsi rappresentare da un’associazione senza scopo di lucro che si occupi della protezione dei dati personali.

ANAC ENAC E IVASS

In caso di disservizio, lo schema delle alternative per evitare che una controversia concernente un viaggio sfoci in una causa innanzi al giudice è il seguente.

Chi utilizza il trasporto pubblico deve inoltrare reclamo scritto alla compagnia con cui ha viaggiato o avrebbe dovuto viaggiare, prima di potersi rivolgere alle autorità pubbliche, le quali non possono tuttavia risolvere le liti o fissare risarcimenti, ma possono solo irrogare sanzioni.

Chi punta a dirimere la controversia o a ottenere un risarcimento, e chi utilizza il trasporto privato, può tentare la conciliazione passando per un’associazione dei consumatori.

ENERGIA E RIFIUTI

L’Autorità di regolazione per l’energia reti e ambiente (Arera) svolge attività di regolazione e controllo nei settori dell’energia elettrica, del gas naturale, dei servizi idrici, del ciclo dei rifiuti e del tele calore.

L’Arera valuta i reclami e le segnalazioni presentate dagli utenti e può imporre sanzioni alle imprese che operino in pregiudizio agli interessi di questi ultimi.

L’Arera definisce i livelli minimi di qualità dei servizi e vigila, anche in collaborazione con la Guardia di finanza, sulla qualità del servizio erogato dai singoli operatori, sui loro livelli di sicurezza e sulle tariffe effettivamente applicate.

PIATTAFORMA UE DI RISOLUZIONE ONLINE

L’Unione Europea ha messo a disposizione una struttura a tutela dei consumatori e dei professionisti che intendono risolvere extragiudizialmente le controversie derivanti da operazioni online.

La maggior parte delle dispute ha avuto come oggetto ritardi nella consegna, non conformità all’ordine, presenza di difetti, danni provocati dal prodotto.

I consumatori interessati devono compilare un modulo elettronico che viene trasmesso all’organismo Adr competente concordato tra le parti.

Se entro 30 giorni non si raggiunge l’accordo (nell’80% dei casi la controparte non ha neppure risposto al consumatore), il fascicolo viene chiuso automaticamente.

In alternativa, i consumatori possono proseguire il reclamo rivolgendosi direttamente a un organismo Adr.

ACCERTAMENTO TECNICO

L’art. 696-bis del codice di procedura civile prevede l’accertamento tecnico finalizzato alla soluzione della lite.

Il giudice adito attraverso questa procedura, se si rende conto dell’aspetto tecnico di una contestazione, affida a un proprio consulente l’indagine sulla situazione creatasi, sulle possibili soluzioni e sulle spese.

Le soluzioni proposte dal consulente possono materializzarsi in un accordo, del quale il giudice si limita a prendere atto, liquidando le spese a carico del soccombente.

In questi casi non v’è sentenza, ma solo un atto che recepisce le conclusioni dei consulenti.

Lo stesso schema logico è adottato anche dal giudice amministrativo per la soluzione di contrasti tra privati e soggetti pubblici.

L’INDIPENDENZA FORMALE, MA NON SOSTANZIALE, DEGLI ARBITRI E DEI MEDIATORI FRENA IL RICORSO ALLE ADR

Come si vede bene, l’ordinamento italiano prevede molti strumenti di risoluzione delle controversie alternativi alla giurisdizione.

Ciò nonostante, in concreto, le Adr non riescono a realizzare l’obiettivo di accelerare i tempi della giustizia italiana disimpegnando il giudice ordinario dalla miriade di liti marginali.

Si rende necessario un cambiamento culturale che conduca i cittadini, gli avvocati e gli altri professionisti, ad approcciare alle controversie con un ottica di buon senso e non di principio, evitando di ricorrere alla giustizia per scopi meramente pretestuosi o dilatori.

Molte liti superflue potrebbero essere del tutto evitate se solo i cittadini avessero l’abitudine di consultare il proprio avvocato o il proprio consulente prima di intraprendere certe iniziative, e non soltanto dopo, al momento del contenzioso.

E, ancora, si rende necessaria una seria riforma della giustizia che, fra l’altro, garantisca l’indipendenza concreta e non solo formale delle degli arbitri in senso lato.

A questo proposito, la ritrosia dei cittadini nei confronti delle Adr non pare del tutto infondata.

Per esempio, ognuno dei sette collegi dell’Abf (arbitro bancario finanziario) è composto da 5 membri: 3 nominati dalla Banca d’Italia, il cui capitale sociale è detenuto dalle banche; 1 dall’associazione bancaria o dalla categoria alla quale la banca appartiene; 1 soltanto dall’associazione di categoria dei consumatori o delle imprese.

L’Acf (arbitro controversie finanziarie) è un organismo di Consob, ma quest’ultima esercita l’attività di vigilanza di concerto con la Banca d’Italia il cui capitale sociale è detenuto dalle banche.

L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), l’Istituto nazionale per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), il Garante per la privacy, l’Autorità di regolazione per reti e ambiente (Arera) e anche la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), sono tutte istituzioni i cui vertici sono in vario modo scelti su nomina del Governo e, comunque, su indirizzo politico e non su concorso.

La loro funzione di “arbitri” o di “mediatori” appare alquanto inconciliabile con il principio della separazione dei poteri, fondamentale per uno Stato di diritto e per una democrazia liberale.

Quanto alla piattaforma UE di risoluzione online, la sua concreta utilità s’appalesa alquanto dubbia, tenuto conto che nella grande maggioranza dei casi la controparte non si degna neanche di rispondere al reclamo del cliente.

StudioDDG - Prospettive
Piccole e medie imprese digitali crescono. Il futuro è già iniziato

LA CULTURA DIGITALE DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Il dominio numero uno a suffisso nazionale .it è apparso in rete il 23 dicembre 1987, ed era cnuce.ce.cnr.it del Centro nazionale universitario di calcolo elettronico.
Nel 2005 è stato registrato il milionesimo dominio.
Il tremilionesimo dominio .it è stato registrato nel 2016 da un negozio di abbigliamento di Eboli.
Internet non è più soltanto una necessità, ma è un prerequisito nella vita di tutti i giorni e nel business.
L’inarrestabile diffusione di smartphone e tablet sta già producendo effetti che sono ancora tutti da misurare e analizzare.
Negli anni Ottanta e Novanta le imprese approcciavano a Internet come pura forma di visibilità.
Nel tempo l’obiettivo è mutato: non soltanto farsi vedere, ma vendere.
Oggi assistiamo a una nuova trasformazione: l’interazione con il cliente.
Si sta affermando un ribaltamento dei ruoli, per cui è il cliente a lanciare i nuovi prodotti e servizi.
In estrema sintesi, siamo progressivamente passati dall’Internet delle pagine all’Internet dei processi, fino all’Internet delle persone.
Il sito che era nato come mezzo di informazione, la classica vetrina digitale, grosso modo la replica di una brochure cartacea, è diventato un luogo di transazioni e una piattaforma di servizi.
Con l’avvento del mobile e dei social network si sta affermando l’esigenza di personalizzare i messaggi e le offerte.
L’Italia sembra intenzionata a voler recuperare il suo antico ritardo digitale.
Ogni 10.000 abitanti, mentre la Germania totalizza 1.830 domini .de, l’Italia ne totalizza soltanto 285 .it.
La nuova generazione di artigiani e imprenditori italiani deve essere in grado di adottare le tecnologie con maggiore competenza e consapevolezza.
La dotazione digitale delle imprese con meno di cinquanta addetti sta migliorando, colmando il divario rispetto alle aziende più grandi e strutturate.
Il numero delle piccole e medie imprese in possesso di un proprio sito Internet aumenta, e migliora il linguaggio digitale sul fronte della pubblicità, del marketing e della comunicazione, ma il cammino verso una matura alfabetizzazione tecnologica è ancora lungo.
Considerare Internet come una moda passeggera è sbagliato quanto credere che basti una connessione e una piattaforma molto visitata per fare di chiunque un produttore di informazioni di valore.

LA DIGITALIZZAZIONE DELL’AGROALIMENTARE

L’agroalimentare dovrebbe cavalcare le nuove tecnologie molto più di quanto faccia.
Oggi si presenta con alcuni casi da business school, specialmente nell’industria della trasformazione, e altri di assoluto immobilismo, specialmente nei settori agricoli più tradizionali.
Chi è inserito nel circuito della qualità e dell’innovazione considera il web uno strumento base per il proprio business.
Chi rimpiange i tempi dei mercati protetti pensa di poterne fare a meno o, al più, lo utilizza come un semplice biglietto da visita, ma non ha futuro.

LA DIGITALIZZAZIONE DELLA MECCANICA

Quello meccanico è un comparto chiave per il Paese e vanta una tradizione di eccellenza.
La maggior parte delle imprese ha dimestichezza con la robotica, sa cos’è il 3D printing ed è informata sull’Internet of thing.
Tuttavia, quando si passa dalla conoscenza delle tecnologie alla loro concreta applicazione, la situazione è deludente.
Le imprese piccole e piccolissime hanno appena capito l’importanza di Internet, ma è necessario andare ben oltre l’abc, rivedendo da cima a fondo i processi produttivi in chiave di information technology.
È necessario mettere in rete macchine e processi all’interno della fabbrica, ma soprattutto integrarsi a monte con i fornitori e a valle con i clienti.
Per garantire la qualità dei prodotti e i tempi di consegna bisogna adeguare gli standard tecnologici.
L’industria 4.0 coinvolge anche coloro che operano esclusivamente nella subfornitura.
I clienti non aspettano le mostre o i venditori per trovare le informazioni sui prodotti: le cercano da soli, e ogni vendita inizia dal sito aziendale.

LA DIGITALIZZAZIONE DELL’ARREDAMENTO

Il mobile-arredo è uno dei settori simbolo del made in Italy, in cui la rivoluzione digitale sta appena muovendo i primi passi.
Mentre cresce la consapevolezza dell’importanza del fattore tecnologia, la maggior parte delle aziende, specialmente tra le piccole e piccolissime, fatica a inserire concretamente il valore aggiunto del digitale nei processi di innovazione di processo e di prodotto.
La maggior parte delle aziende del settore ha un dominio Internet al quale attribuisce moltissima importanza, ma sono ancora troppe le aziende che continuano a pensare di poterne fare a meno.
Ben lontane dal terreno di Industria 4.0, troppe imprese non prevedono in tempi brevi un aumento degli investimenti nell’area digitale, considerando il proprio livello di digitalizzazione “abbastanza” avanzato.
A ben vedere, invece, si scopre che il sito Internet il più delle volte è una semplice vetrina, e il canale web viene utilizzato soprattutto per la posta elettronica.
Paradossalmente, il mobile-arredo è probabilmente il settore che più di qualsiasi altro può trarre vantaggio dal mix di artigianalità e automazione, tradizione e hi-tech.
I benefici sono evidenti: riduzione dei costi, possibilità di produzioni su misura e velocizzazione dei tempi di lavorazione.
È sotto gli occhi di tutti che la visita all’esposizione del negozio tradizionale è stata sostituita da micro-momenti di contatto online.

LA DIGITALIZZAZIONE DEL COMMERCIO

Internet è il primo canale di informazione per gli acquisti, non solo nei campi del turismo e delle apparecchiature elettroniche, ma anche nell’abbigliamento e nei generi alimentari.
Lo smartphone è sempre più determinante anche negli acquisti all’interno dei negozi.
Commercio fisico e digitale si intrecciano, si ibridano e si sostengono a vicenda.
Ii consumatori si muovono con disinvoltura su più canali: Internet, social e tecnologie digitali, hanno generato in tutti i settori una clientela preparatissima ed estremamente esigente.
Titolare e commessi non possono permettersi di saperne meno di chi entra in negozio per comprare.
Non si tratta più soltanto di vendere, ma di generare un’esperienza di acquisto unica e indimenticabile, che renda piacevole mettere le mani al portafogli.
Il cliente va coccolato prima, durante e dopo.
Non è necessario mettere in campo gli investimenti delle grandi catene, ci sono mosse ben più semplici e alla portata di tutti: per esempio, si potrebbe cominciare creando un sito Internet per essere visibili a fornitori e clienti, e per affermare la propria identità e specificità sul mercato.
La maggior parte delle aziende del commercio è consapevole dell’importanza degli strumenti digitali per attrarre clienti e mantenere un dialogo post-vendita.
Ciò nonostante, nel concreto, la loro effettiva presenza sul web è decisamente scadente.
Non è una questione di costi, ma di una cultura d’impresa che fatica a capire che le tecnologie digitali rappresentano un’iniezione di competitività.
Il commercio è forse il settore nel quale l’avanzata delle tecnologie ha avuto e avrà in futuro il maggiore impatto, ma è anche quello che oppone maggiori resistenze al cambiamento.
Molti continuano a credere che sia sufficiente aspettare e che il cliente, prima o poi, arriverà.
Nel frattempo, il commerciante digitalizzato moltiplica il valore dei propri asset tradizionali: cortesia, attenzione al cliente e inventiva.

LA DIGITALIZZAZIONE DEL TURISMO

Nel settore del turismo, sul fronte del puro e semplice utilizzo del web e dei social media sono stati fatti progressi enormi.
La maggior parte delle strutture ricettive utilizza il sito web e i social network soprattutto per le promozioni.
Moltissime raccolgono dati e informazioni in formato elettronico sulla propria clientela, e si preoccupano dei giudizi espressi dopo il soggiorno sui portali specializzati.
Alcune arrivano a incentivare la pubblicazione di recensioni, soprattutto in ragione del fatto che le prenotazioni provengono tramite le Online Travel Agencies (OTA), via email e attraverso il proprio sito o i social.
Il web, i sistemi telematici Global Distribution System (GDS), le app e i software specifici, sono indispensabili anche per le agenzie di viaggio, sia nel momento della prenotazione sia per restare in contatto con il cliente.
Il turismo è forse il settore nel quale le tecnologie digitali hanno avuto maggiore impatto.
I primi a essere profondamente cambiati sono i clienti: utilizzano i motori di ricerca come fonte principale per pianificare le vacanze, e navigano su Internet prima di decidere dove andare.
A un turista fortemente digitalizzato le imprese devono rispondere con una strategia digitale.
Non ci si può limitare ad avere un sito Internet, ad aprire una pagina Facebook o a garantire il wi-fi: bisogna decidere cosa e come comunicare via Internet.
Prima di tutto è necessario farsi trovare, mettersi in evidenza sui motori di ricerca, da vicino e da lontano.
Poi bisogna catturare l’attenzione del potenziale cliente e convincerlo all’atto più importante: la prenotazione.
Gli imprenditori, soprattutto i più piccoli, hanno bisogno delle competenze necessarie per lo switch al digitale.
Non è una questione di costi, perché il ritorno degli investimenti in hi-tech è garantito e misurabile, ma non è pensabile andare avanti come venti, trenta o quaranta anni fa.
Il nuovo paradigma del turismo digitale è semplice: mettere al centro il turista stesso.
Il cliente va coinvolto prima, durante e dopo, deve sentirsi attore protagonista e sceneggiatore della propria vacanza, non deve ricevere l’offerta, deve generarla a sua immagine e somiglianza, secondo i suoi gusti e i suoi interessi.

LA DIGITALIZZAZIONE DEL TERZO SETTORE

Anche per le non profit essere online è una regola per esistere e relazionarsi, ma esserci non basta: bisogna sapere cosa fare.
La maggioranza dei donatori sceglie un’associazione attraverso passaparola, banchetti e tv.
Solo alcuni attraverso il web e i social.
Le donazioni avvengono per lo più in contanti, con l’sms solidale, il bollettino, il bonifico o la carta di credito via telefono.
Ciò nonostante, la maggior parte dei donatori preferisce o preferirebbe usare l’online su Internet, sebbene in questi meccanismi predominino l’abitudine e la pigrizia, oltre a una certa diffidenza nei confronti del pagamento online.
Eppure per le non profit il web è fonte di occasioni nuove: per esempio, il crowdfunding.
Mentre il mondo del terzo settore è ancora poco presente nel web e non è del tutto consapevole delle sue potenzialità, le startup innovative a vocazione sociale e le piattaforme di sharing economy, invece, sono molto più evolute.
In ambito pubblico la sfida dell’innovazione sociale è stata raccolta dalle smart city, aprendo il dialogo tra istituzioni e cittadini, e ponendosi il problema di come gestire la comunicazione in modo solido, efficace e strutturato.
Gli ambiti in cui la comunicazione sociale e le piattaforme possono fare la differenza nelle smart city sono tanti, dalla sicurezza all’ambiente.
Infine, una delle frontiere del digitale con un impatto sociale è la cultura.
L’opportunità della condivisione si riscontra con le creative commons e con la diffusione crescente di contenuti in forma aperta e digitale da parte delle istituzioni culturali più variegate.
Il digitale è il fattore che contribuirà alla crescita dell’industria creativa e culturale, includendo nuovi pubblici e nuove fasce di utenti potenziali.
In ambito cinematografico, musicale, letterario e artistico, si stanno sperimentando le connessioni tra analogico e digitale.

LA DIGITALIZZAZIONE DELLA MODA

Il problema per le imprese della moda non è vendere prodotti di moda, ma capire cosa fa moda.
Fino a ieri erano i creativi a imporre linee di abbigliamento e accessori.
Oggi, grazie al web, le leve della creatività sono passate nelle mani dei clienti finali: sono loro a lanciare stili, tendenze, vezzi, e in concreto a stabilire cosa comprare e cosa no.
Le tecnologie digitali consentono oggi di conoscere, fin nei minimi dettagli, i gusti di tutti i potenziali acquirenti.
Il passaggio chiave per le aziende è dotarsi di un’autentica strategia digitale.
Le resistenze, culturali più che di portafoglio, sono dure a morire, ma le opportunità offerte dal digitale sono troppo ghiotte per non essere colte al volo.

DIGITALIZZARE LE PMI NON È QUESTIONE DI SOLDI MA DI CULTURA, ED È UN’OPPORTUNITÀ DA COGLIERE AL VOLO

Generalmente, il sito Internet delle piccole e medie imprese non è attraente e manca di ogni prospettiva cliente-centrica.
Per lo più vi si trovano descrizioni di servizi in termini strettamente tecnici, frasi fatte come «soluzioni a 360 gradi», «il tuo partner per ogni esigenza», «soluzioni chiavi in mano», oppure descrizioni testuali infarcite di buzzword come «digital transformation», fino a immagini datate di pc e tastiere.
Il tutto, assai frequentemente, in assenza di ottimizzazione per smartphone e tablet.
Questo modello basato su una comunicazione minimale, in cui il sito serve solo a inserire i parametri fondamentali per essere trovati fisicamente e a dare un’idea dei prodotti e servizi, sta diventando, se non lo è già, obsoleto e inefficace.
Pensare al web come rappresentazione in rete di se stessi è un errore: bisogna dare ai potenziali clienti contenuti utili è ben fruibili.