Autore: studioddg

Cambiano la società e i consumi, si riqualificano le imprese e il lavoro, evolvono le professioni.

La professione del dottore commercialista evolve verso la digitalizzazione, la specializzazione e un’organizzazione sempre più moderna e dinamica.

Gli aspetti più significativi di questa rivoluzione sono:

  • assistenza più capillare e meno invadente;
  • azzeramento delle distanze geografiche;
  • velocità, semplicità e comodità nelle consultazioni, e rapidità nelle risposte;
  • maggiore approfondimento sugli specifici temi;
  • massima trasparenza su servizi e tariffe, e minori costi.

Lo StudioDDG non è un’entità “virtuale”: siamo un team di dottori commercialisti e revisori legali in carne e ossa, con esperienza di lungo corso nelle materie della contabilità, del diritto, del fisco e del lavoro, e operiamo stabilmente a L’Aquila da oltre venti anni.

Sempre particolarmente attenti agli sviluppi della tecnologia informatica, nel corso degli anni abbiamo registrato un progressivo aumento delle richieste di consulenza ricevute e gestite via web, attraverso i canali di contatto del nostro sito Internet.

Nell’ultimo quinquennio la nostra attività online si è molto intensificata, e questo ci ha permesso di offrire l’esperienza maturata e le competenze acquisite a persone fisiche, aziende e associazioni, dislocate su tutto il territorio nazionale.

Per questo motivo, stiamo riorganizzando il nostro sito web studioddg.it per dotare i nostri clienti di uno strumento semplice, pratico e veloce, per accedere in qualsiasi momento a tutta la documentazione inerente le loro pratiche e i loro progetti di lavoro, così come a tutte le necessarie informazioni.

In questo modo, l’area riservata del nostro sito web diventerà una vera e propria estensione della scrivania dei nostri assistiti, disponibile 24/7.

Ovviamente, per i clienti che prediligano un approccio più tradizionale, saremo ben lieti di accoglierli nella nostra sede a L’Aquila o, comunque, di raggiungerli attraverso i canali ordinari di contatto.

Quanti avessero necessità di ricevere un parere tecnico, un consulto, una perizia oppure di un assistenza in progetti di breve, medio o lungo periodo, potranno richiederci un preventivo tramite i recapiti della sezione Contatti del nostro sito.

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Cresce il numero di anziani bisognosi di cure, ma diminuisce il numero degli assistenti domiciliari, soprattutto fra le donne.

Nell’ultimo decennio, l’età media della popolazione italiana è aumentata di 2 mesi ogni anno, l’indice di mortalità si è stabilizzato, mentre quello di natalità è calato.

Ci sono meno giovani (under 35) che anziani (over 65), e un terzo di questi ultimi ha bisogno di assistenza.

È invece rimasto invariato il numero delle assistenti domiciliari informali (le cosiddette “badanti”), per lo meno di quelle “in regola”.

Per prestare cura ai propri cari, le famiglie si rivolgono a strutture residenziali pubbliche e private, ma gli anziani del futuro avranno pensioni più basse, e questo inciderà inevitabilmente sul mercato privato di cura.

Per garantire il diritto delle persone di invecchiare dignitosamente, magari nella propria casa, è necessaria una rete efficace di servizi sul territorio.

In questo articolo cercheremo di analizzare le principali criticità per proporre alcune possibili soluzioni.

Le principali criticità

Aumenta la popolazione anziana urbana e non autosufficiente

Nel 2014, per la prima volta nella storia, la popolazione urbana nel mondo (3,9 miliardi) ha superato la popolazione rurale (3,3 miliardi).

Si tratta di un cambiamento che avrà conseguenze pesanti sulle politiche di welfare e sull’ambiente.

L’Italia è uno dei paesi più longevi del pianeta.

Nel 2045, un terzo della popolazione nazionale sarà formata da over 65, mentre la popolazione totale diminuirà, e per il 78% sarà concentrata nelle città.

Anche se la longevità non significa automaticamente perdita di autosufficienza, le statistiche prevedono un aumento di anziani non autosufficienti.

Le famiglie sono sempre meno in grado di prendersi cura degli anziani

Società, famiglia e mercato del lavoro stanno cambiando profondamente.

Le donne, vero pilastro dell’attività di cura in ambito familiare, sono sempre più impegnate nel mondo del lavoro.

Questo è certamente un grande passo in avanti in termini di emancipazione e civilizzazione della società, ma per il prossimo futuro bisognerà trovare risposte nuove alla crescente domanda di assistenza di lunga durata.

I costi per le famiglie sono sempre meno sostenibili

Molte famiglie hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi, vendere l’abitazione o indebitarsi, per sostenere costi dell’assistenza a un familiare non autosufficiente.

La precarizzazione del mercato del lavoro è una bomba a orologeria che grava sulla vita degli anziani di domani, soprattutto di quelli non autosufficienti, perché avranno enormi difficoltà a sostenere i costi delle cure di cui necessiteranno.

A destare particolare preoccupazione sono i giovani italiani in età compresa tra i 15 e i 34 anni che non lavorano e non studiano, perché il loro numero è in costante aumento.

Cresce il numero degli anziani, ma i servizi assistenziali non sono per tutti accessibili

I servizi domiciliari di cura sono uno dei pilastri su cui si fonda l’assistenza di lunga durata in Italia, ma pochi anziani riescono a beneficiare di servizi di assistenza adeguati.

Nell’ultimo ventennio le famiglie italiane hanno fatto ampio ricorso al lavoro di cura informale, offerto dalle badanti.

Tra le tante criticità (irregolarità fiscale, assenza di qualificazione degli operatori, rapporto tra domanda e offerta, eccetera), quelle che più incombono sulla sostenibilità del sistema sono di natura economica.

I costi di questo welfare informale gravano sui bilanci delle famiglie: a fronte di una spesa media mensile di 667 euro, meno di un terzo riceve un sostegno pubblico, che è rappresentato perlopiù dall’accompagno.

In molte famiglie si considera l’ipotesi di rinunciare al lavoro per prendere il posto della badante.

Ciò nonostante, si stima che la domanda di badanti tenderà a crescere nel prossimo futuro.

Il conti del welfare penalizzano le famiglie

L’assistenza è un’area critica.

Nel 2017 il suo valore complessivo era stimato in 31,4 miliardi (l’1,9% del PIL), a cui la spesa pubblica contribuisce per il 52,4%, cioè molto meno che per altri settori.

Le prestazioni di assistenza sociale sono affidate principalmente alle amministrazioni locali, sempre più in difficoltà a causa della riduzione delle risorse disponibili.

Le leggi di bilancio 2016 – 2017 – 2018 hanno dedicato un peso rilevante al tema del welfare aziendale, che può essere definito come l’insieme delle iniziative di natura contrattuale o unilaterali da parte del datore di lavoro, volte a incrementare il benessere del lavoratore e della sua famiglia attraverso una diversa ripartizione della retribuzione, che può consistere sia in benefit rimborsuali sia nella fornitura diretta di servizi, o in un mix delle due soluzioni.

In prospettiva, questo sistema potrà forse aiutare le famiglie, ma i risultati effettivamente conseguiti sono ancora tutti da verificare, dato che buona parte della spesa per l’assistenza, ancora oggi, è sostenuta direttamente dalle famiglie.

Le case in cui vivono gli anziani sono spesso inadatte

Il costo per l’assistenza non è l’unico aspetto critico: mancano supporti per i cittadini che garantiscano la qualità dei servizi e ne facilitino la reperibilità.

Le case in cui vivono gli anziani non sempre sono garanzia di qualità e sicurezza: il 56% di quelle collocate in edifici a più di due piani non ha l’ascensore, il 70% ha più di 50 anni, per il 20% sono ancora più vecchie, il 7% non ha l’impianto di riscaldamento.

Le donne, gli anziani e i bambini sono le categorie maggiormente a rischio di incidenti domestici: cucine, pavimenti e scale, sono i luoghi più insidiosi.

La vita degli anziani in città è disagiata

I presidi sanitari e assistenziali sono spesso fuori mano e mal collegati; i negozi sotto casa per generi di prima necessità sono sempre più rari; il trasporto pubblico è inadeguato e rischioso; mancano servizi come bagni pubblici, panchine, eccetera; i marciapiedi e gli attraversamenti stradali sono insicuri e poco agibili; mancano punti di informazione, di assistenza e di ritrovo; le strade sono spesso poco illuminate e insicure.

Le possibili soluzioni

Favorire la domiciliarità

La domiciliarità è un insieme di misure, azioni e condizioni, che consentono all’anziano di vivere più pienamente possibile il proprio ambiente di vita, nella propria abitazione e nell’ambiente che lo circonda.

Non consiste, dunque, in una risorsa o un servizio, ma in una rete di risorse e servizi.

Garantire la buona longevità

La vecchiaia non è più solo il tratto terminale e declinante del ciclo di vita, ma una fase dell’esistenza con contenuti e finalità proprie in cui vivere attività e progetti, ed essere coinvolti nella vita sociale e della comunità.

La buona longevità si costruisce giorno per giorno attraverso la corretta alimentazione, l’attività fisica, le relazioni amicali, le attività culturali e di volontariato.

Costruire una rete di servizi di prossimità

Bisogna colmare gli squilibri territoriali offrendo un sistema di servizi di prossimità per la domiciliarità, a livello di territorio o di quartiere, in grado di garantire all’anziano una continuità di cura adeguata alle sue condizioni, evitando di sottoporlo a costrizioni o discontinuità traumatiche per il suo equilibrio psico-fisico.

Una rete di relazioni che includa l’anziano, la famiglia, il volontariato, gli amici, i conoscenti, il vicinato, l’assistenza sociale, i servizi delle strutture socio sanitarie e residenziali.

Per realizzarla, bisogna: conoscere le situazioni e i problemi che caratterizzano la popolazione anziana negli specifici contesti locali; dare continuità al sistema dell’assistenza residenziale e domiciliare; assicurare servizi di cura intermedia; istituire la figura del cosiddetto “case manager”, cioè del gestore degli specifici casi.

Organizzare il lavoro di cura

Nei prossimi anni assisteremo a una progressiva crescita della domanda di lavoro per la cura degli anziani in ambito pubblico, privato e del terzo settore, a fronte di una riduzione del lavoro di cura familiare.

Dal 2009 al 2015 il numero delle lavoratrici e dei lavoratori che svolgono la professione di assistenti familiari (rispetto al totale dei lavoratori domestici) è cresciuto dal 26% al 42,4%.

La crisi ha toccato anche questo settore, rendendolo ancora più opaco, più sommerso, e in parte ridimensionandolo.

In ogni caso, l’INPS calcola che ogni 28 famiglie vi sia un lavoratore domestico.

Nell’ambito dei presidi sociosanitari pubblici, i dati ISTAT evidenziano che tra il 2009 e il 2013 il totale del personale è diminuito dello 0,3%, quello retribuito è diminuito del 4,1%, mente il volontario è aumentato del 28,2%.

Il rapporto tra personale retribuito e assistiti è di 1,14: praticamente 1 a 1.

Nei presidi italiani si contano 384.450 posti letto, che corrispondono a 6,3 ogni 1.000 residenti.

Nei principali paesi OCSE i servizi residenziali per anziani sono organizzati su un’offerta che varia da 4 a 8 posti letto per 1.000 abitanti (cioè da 30 a 60 posti per 1.000 anziani).

Ne deriva che il nostro Paese ha bisogno di circa 111.000 – 500.000 posti letto in più per allinearsi alla media OCSE.

Considerando che l’attuale rapporto tra lavoro e posti letto è di 1 a 1, si evidenzia una crescente domanda di lavoro dell’ordine di 100 – 500 mila posti di lavoro.

Queste previsioni dovrebbero condurre i diversi soggetti impegnati nel settore dell’assistenza domiciliare alla non autosufficienza (pubblici, privati e del terzo settore) a organizzare l’offerta di lavoro in modo molto più efficiente, efficace, trasparente e affidabile di quanto non sia oggi.

Qualificare la condizione abitativa

Il punto di partenza di una domiciliarità che guarda al futuro è la condizione abitativa in cui vivono milioni di anziani.

Gli ambiti su cui intervenire sono diversi: ristrutturare il patrimonio immobiliare privato, condizionandolo al rispetto di standard qualitativi commisurati ai problemi di una crescente popolazione anziana; adeguare standard e barriere alla nuova domanda sociale; intervenire su agibilità, sicurezza, ascensori, domotica; sostenere le esperienze innovative e le buone pratiche come la badante di condominio o la coabitazione solidale; impegnare i detentori di quote di patrimonio “pubblico” in programmi di riqualificazione.

Considerare l’invecchiamento attivo come risorsa nella crescente “silver economy”

Dare risposte alla crescente domanda di servizi per la non autosufficienza, e più in generale per l’invecchiamento attivo, permetterà di considerare gli anziani una risorsa, evitando di ridurre l’assistenza a una mera erogazione di singole prestazioni, senza prendersi carico complessivamente della persona.

Non tener conto di questa esigenza produrrà nel tempo un triplo danno: insicurezza per l’anziano, impoverimento delle famiglie e indebitamento pubblico.

L’aumento delle aspettative di vita non è più solo una questione demografica.

Le aziende guardano agli over 65 con estremo interesse, tanto da aver coniato il termine “silver economy” per indicare le attività di vendita di prodotti e servizi specifici per questo enorme mercato in crescita.

Sanità e assistenza sociale sono i settori più interessati dalla silver economy.

Soluzioni per entrare nel mercato

Un mercato in espansione è preso d’assalto, e questo significa competizione.

Se si dispone già di un capitale sufficiente, la scelta migliore potrebbe essere avviare la propria azienda di assistenza domiciliare agli anziani.

In caso contrario, la soluzione più competitiva è costituire una rete tra professionisti adeguatamente formati nel proprio campo (medico, infermieristico, socio sanitario, socio assistenziale e altro), in grado di organizzarsi tra essi al fine di offrire, complessivamente, una serie di servizi integrati agli anziani bisognosi di cura e assistenza domiciliare, a livello territoriale o di quartiere.

Questa soluzione permette di aggregare (di fatto) le risorse finanziarie individuali in un capitale complessivo che non sarebbe singolarmente disponibile.

Per di più, un contratto di rete consente di impiegare in modo efficiente le specifiche professionalità, regolare i rapporti (anche economici) tra le parti contraenti, minimizzare i costi, risparmiare sull’onere di ridondanti sovrastrutture, ridurre la spesa per le famiglie, prestare un servizio di assistenza “su misura”, assecondando le esigenze particolari di ogni persona anziana assistita.

Cosa occorre per avviare un’azienda o un network nel settore dell’assistenza agli anziani

Risorse finanziarie e conoscenza del settore sono condizioni necessarie, ma non sufficienti.

È fondamentale possedere la capacità di organizzare il lavoro proprio e quello altrui, per lavorare (in ogni caso) in équipe.

Ovviamente, negli ambiti fondamentali (medico, infermieristico, socio sanitario e socio assistenziale) è necessario possedere gli specifici titoli di studio, ma anche conoscere e praticare i principi deontologici della propria professione.

È fondamentale ricordare sempre che questo settore richiede, garbo, cortesia, serietà, correttezza, trasparenza, tatto e umanità.

Senza queste qualità nessuna impresa o network potrà esistere e resistere in questo delicatissimo mercato.

In definitiva, un campo fertile per nuove realtà, l’intuito per gli affari e una mentalità imprenditoriale non sono sufficienti.

È fondamentale in questo settore essere realmente interessati a ciò che si propone ai clienti e offrire loro esattamente ciò che gli si promette.

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La Legge n. 55/2019 di conversione del D.L. n. 32/2019 (cosiddetto “Sblocca cantieri”), ha modificato l’articolo 2477 del codice civile in tema di nomina dell’organo di controllo o del revisore nelle srl.

Quali sono i nuovi parametri?

In base alle nuove disposizioni, l’obbligo non opera soltanto per le società tenute alla redazione del bilancio consolidato e per quelle che controllano una società obbligata alla revisione legale dei conti, ma anche quando la srl, per 2 esercizi consecutivi, supera almeno uno dei seguenti parametri:

  • totale dell’attivo dello stato patrimoniale pari a 4 milioni di euro;
  • ricavi delle vendite e delle prestazioni pari a 4 milioni di euro;
  • dipendenti occupati in media durante l’esercizio pari a 20 unità.

La cessazione dell’obbligo, invece, è connessa al mancato superamento di queste soglie per almeno 3 esercizi consecutivi.

Le soglie erano già state oggetto di modifica ad opera del D.Lgs. n. 14/2019, recante il Codice della Crisi di Impresa.

Il testo ora definitivamente approvato costituisce un buon compromesso tra le soglie previgenti (più elevate) e quelle poi introdotte dal Codice della Crisi (eccessivamente ridotte).

Cosa succede se non rispetti la norma?

La mancata nomina dell’organo di controllo ovvero del revisore unico nelle srl può derivate da due circostanze.

1. Il CdA o l’amministratore unico non convoca l’assemblea per deliberare sulla nomina del revisore

In questo caso, i soci o chiunque ne abbia interesse (banche, fornitori, dipendenti, clienti, eccetera) possono presentare denuncia al Tribunale ai sensi dell’articolo 2409 del codice civile.

Il Tribunale, in linea di principio, dovrebbe revocare gli amministratori in carica e nominare un amministratore giudiziario al fine di convocare l’assemblea e nominare i nuovi amministratori e l’organo di controllo.

Inoltre, salvo che i fatti non abbiano integrato altri reati, gli amministratori che occultando documenti o con altri idonei artifici, impediscono o comunque ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo legalmente attribuite ai soci o ad altri organi sociali sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.329 euro.

Se la condotta ha cagionato un danno ai soci, si applica la reclusione fino a un anno e si procede a querela della persona offesa (ai sensi degli articoli 2409 e 2625 del codice civile).

2. L’assemblea, regolarmente convocata, non nomina il revisore

Questa fattispecie non è disciplinata da nessuna norma.

La questione è stata affrontata in via interpretativa dall’Ordine nazionale dei Dottori Commercialisti che, in una circolare del 15 aprile 2009, ha ritenuto che in questa ipotesi si configuri una causa di scioglimento della società ai sensi dell’articolo 2484, n. 3, del codice civile (scioglimento “per l’impossibilità di funzionamento o per la continuata inattività dell’assemblea”).

Entro quando devi adeguarti?

Restano ferme le disposizioni che prevedono il termine del 16 dicembre 2019 entro il quale le società dovranno provvedere alla nomina e a uniformare, se necessario, l’atto costitutivo e lo statuto.

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Come scegliere il Commercialista di fiducia

La scelta di un buon Commercialista è un fattore determinante per la nascita e la crescita di qualsiasi tipo di attività, piccola o grande che sia.

Scegliere il Commercialista giusto non è semplice: l’offerta di studi professionali è molto ampia, ma non tutti i professionisti del settore comunicano in maniera chiara e convincente i “plus” della propria offerta.

Senza dubbio, il Decreto Bersani (D.L. n. 223/2006), con l’abolizione delle tariffe minime e il via libera alla pubblicità informativa, ha contribuito ad accelerare la differenziazione dell’offerta tra i vari studi professionali, ma non è sufficiente per guidare il cliente nella scelta del Commercialista di fiducia.

Chiarezza

La prima caratteristica che il Dottore Commercialista deve possedere è la chiarezza nell’esposizione dei propri servizi.

Cercate di scegliere un professionista che si esprima con un linguaggio non troppo tecnico, e che sappia esporvi in maniera chiara i vantaggi e gli svantaggi del vostro business o della vostra iniziativa.

Esperienza

Il Commercialista ideale è il Professionista che ha esperienze significative nel settore in cui opera la vostra attività.

In ogni caso, per esservi veramente d’aiuto, il Dottore Commercialista deve:

  • Rendersi disponibile a studiare e approfondire il vostro caso specifico;
  • Essere chiaro nelle risposte;
  • Esporre la migliore prassi;
  • Presentare alternative.

Competenza

Chiarezza nella presentazione dei propri servizi ed esperienze in vari settori merceologici sono certamente sinonimo di competenza, ma bisogna considerare anche i seguenti elementi:

  • Iscrizione all’Albo nazionale (fondamentale);
  • Formazione professionale continua;
  • Grado di soddisfazione e qualità del servizio reso ai clienti gestiti.

Sinergia

Il Commercialista ideale è il professionista che è in grado di sviluppare sinergie, avvalendosi della collaborazione di altre importanti figure professionali come i Notai, gli Avvocati, gli Ingegneri, eccetera.

Ovviamente, la scelta dipenderà dal tipo di attività che dovrete avviare.

Vicinanza

Avvalersi di un Commercialista vicino alla vostra attività è utile.

Potrebbe capitare di dover consegnare o ricevere (all’ultimo minuto) un documento fondamentale.

Quindi, avere uno studio vicino potrebbe essere determinate.

Ma attenzione, “vicino” non significa necessariamente “nelle immediate prossimità geografiche”; significa invece “facile da raggiungere” e “disponibile rapidamente”.

Un Commercialista moderno e dinamico che utilizza gli strumenti della tecnologia (Internet, e-mail, streaming, eccetera) può risultare più “vicino” alla vostra attività di quanto può esserlo il vostro dirimpettaio.

Bilancio periodico

Un buon Commercialista, competente e premuroso, dovrebbe garantirvi, indipendentemente dall’attività che esercitate, un bilancio periodico trimestrale, simulando situazioni di fatturato e scadenze di pagamenti per imposte e tasse di vario tipo.

Disponibilità

Il Commercialista ideale è facilmente reperibile: un partner rintracciabile nel momento del bisogno, che garantisce risposte, in tempi ragionevoli.

Tariffe

L’ultimo aspetto da considerare è l‘onorario del Commercialista.

Molto probabilmente sarete tentati di scegliere il Commercialista che vi propone la tariffa più vantaggiosa, ma farete una scelta molto più intelligente affidandovi al professionista che reputate nel complesso migliore.

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